ad onorar la vita

pietrina atzori
Pietrina Atzori

Continua la riflessione, che da un po’ di tempo in qua stiamo provando a fare su queste pagine, riguardo al rapporto che le donne hanno in-tessuto e in-tessono con l’arte. Lo facciamo grazie alla recensione al libro IO SONO/ Arte  curato da Emanuela Scuccato, apparsa sul numero di giugno di A-rivista anarchica e che riportiamo a seguire.  

Sei condannato ad essere te stesso. (…) La calligrafia. Il modo di camminare. Il motivo decorativo delle porcellane che scegli. Sei sempre tu che ti tradisci. Ogni cosa che fai rivela la tua mano. Ogni cosa è un autoritratto. Ogni cosa è un diario. (C. Palahniuk)

Questa frase è riportata dall’autrice nell’introduzione al libro di cui sto per parlare. Una frase che in poche parole racchiude l’essenza di tutto quello che si continuerà a leggere. Sono cinque ritratti di donne accomunate dal fatto di essere artiste, di usare strumenti mutuati dalle cosiddette arti minori (ricamo, uncinetto, intreccio …) e, soprattutto, di avere fatto del percorso di conoscenza di se stesse un racconto artistico, o opera d’arte, se più ci piace dire. Da questo il titolo: IO SONO – Arte, curato da Emanuela Scuccato per le Edizoni del Gattaccio (Milano).

elvezia allari
Elvezia Allari

Emanuela ha incontrato queste donne andando a casa loro, facendosi empaticamente raccontare le loro storie, la vita a partire dall’infanzia, con tutti gli accadimenti che rendono una persona quel che si trova ad essere, nel bene e nel male. Non siamo di fronte a una giornalista che, intervistando l’artista, incomincia a parlare per concetti astratti di non si sa bene cosa. In queste pagine ci vengono raccontati i perché, le diverse ragioni che hanno condotto un piccolo gruppo di donne ad usare certi strumenti espressivi per creare e crearsi.

patrizia polese
Patrizia Polese

Si tratta di persone che stanno lontane dal mercato modaiolo della vanità camuffata d’arte, più che altro figure, come si legge, che anelano a un’arte liberatoria, un’arte che le riconnetta alla loro autenticità e, per far questo, partono da dove sono e da quel che hanno, il loro corpo ad esempio, con le vesti e i monili che lo ricoprono e che diventano oggetti parlanti, per denunciare con ironica leggerezza le contraffazioni che il corpo subisce, per cercarne una nobiltà segreta.

Sono donne che usano strumenti che appartengono alla tradizione del lavoro manuale “femminile” come telai, aghi, fili, uncinetti – perché magari li conoscono bene già dall’infanzia – ma ne stravolgono l’uso, lo amplificano, lo portano lontano dall’abitudine: con il filo lavoro/ cerco pazientemente/di riunire i fili/che ci uniscono/alla natura, scrive ricamandoPietrina Atzori.

francesca porro
Francesca Porro

Sono personalità molto diverse per le quali il lavoro creativo diventa somma di ciò che si è compreso in lunghi percorsi di ricerca. Si possono trovare affinità o simpatia più per l’una che per l’altra, si possono tentare giudizi estetici – se ci aggrada e ne sentiamo il bisogno – ma il libro che le interviste formano, calato nel contesto dell’arte contemporanea, è quasi una pietra preziosa, proprio per il tono che usa e l’autenticità che cerca di comunicare. Si legge con piacere e vien voglia di arrivare fino in fondo, suscita curiosità e si vanno a cercare – oggi che internet permette la vetrina per tutte/i – le immagini del lavoro di queste donne, per capire meglio e anche per ammirare.

monica gorza
Monica Gorza

Un’arte che abbia per fine la consapevolezza, la guarigione, la libertà dell’individuo, in definitiva un’arte che onori la vita, che posto può avere in una società come la nostra? Nell’attuale sistema dell’arte c’è posto, ad esempio, per un’arte così come la intende Monica Gorza con questa domanda? Secondo la curatrice sì,… purchè resti marginale.

Allora io mi chiedo: oggi si è centrali rispetto a che cosa? E cosa significa essere marginali? Non è forse lo spazio migliore in cui stare – il margine, il bordo, la periferia, il confine – dove, anche se privati della luce dei riflettori, si trovano piccole luci buone a illuminare le tracce che l’arte lascia lungo il percorso della vita?

Un’arte che abbia per fine la consapevolezza, la guarigione, la libertà dell’individuo, in definitiva un’arte che onori la vita, che posto può avere in una società come la nostra? Nell’attuale sistema dell’arte c’è posto, ad esempio, per un’arte così come la intende Monica Gorza con questa domanda? Secondo la curatrice sì,… purchè resti marginale.

Allora io mi chiedo: oggi si è centrali rispetto a che cosa? E cosa significa essere marginali? Non è forse lo spazio migliore in cui stare – il margine, il bordo, la periferia, il confine – dove, anche se privati della luce dei riflettori, si trovano piccole luci buone a illuminare le tracce che l’arte lascia lungo il percorso della vita?

Mi è capitato altre volte di occuparmi di argomenti affini a questo – di arte e creatività – recensendo libri, apparentemente molto diversi tra loro, per le pagine di questa rivista. Lo scorso mese di maggio (A, 425 – Contro le mostre)con ladenuncia dello sfruttamento economico che le grandi opere d’arte subiscono ridotte a eventi commerciali. Nell’ottobre dell’anno passato (A, 419 – Arte ir-ritata) presentando un’interessante ricerca che riflette sulla creatività come risorsa, nei luoghi di costrizione/detenzione, ma non solo. Ancora un po’ più indietro, nel mese di giugno (A, 417 – Arte genuina e clandestina) ho cercato di mostrare il rapporto tra arte e agricoltura; entrambe produttrici di beni essenziali per la nostra vita, nonché di bellezza, ed entrambe vittime del medesimo destino che sta modificando alla radice la loro fisionomia.

Ho ricostruito questo percorso non per vanità della recensora, ma per irrobustire il filo in comune che attraversa questi libri e i pensieri che li hanno accompagnati, filo che unisce l’arte dell’occidente a quella d’oriente, africana e di ogni parte della terra, arrivando alla creatività di ognuno di noi. Un filo che collega gli autentici percorsi dell’avventura umana tracciati dall’arte mostrando – in epoca di ansia da “connessione” – il bisogno di ricostruire il frantumato legame con noi stessi e con il resto che vive.

Scrivevo ad esempio, che le forme dell’arte sono usurpate tanto quanto è cambiato il nostro rapporto con il cibo e la terra che lo produce e penso davvero che si possa ragionare in questo modo parlando d’arte, di un’arte che onori la vita, come viene detto in IO SONO – Arte.

(silvia papi)