Salvator mundi

Versione 2
Siamo al nove di gennaio e, come si dice, son finite le feste. E’ finito quel periodo dell’anno che, per i più, si risolve in grandi mangiate e, nonostante tutto, corse agli acquisti. Periodo in cui la vittoria del consumo su ogni altro senso – ottundere i sensi si dice – la fa da padrone fino ai minimi termini.

Nella tradizione religiosa cristiano-cattolica – sorretta da una chiesa che da millenni recita la sua parte di comodo per mantenere intatto il potere che si è conquistata – questo sarebbe il tempo in cui, ricordando la nascita di un profeta chiamato Gesù, si riflette sulla nascita, cioè sulla venuta alla luce. Si potrebbe riflettere anche sull’abitudine che la vita ha di morire e rinascere, dunque sulla ciclicità e infatti non è casuale se questo periodo, alle nostre latitudini, coincide con le feste sostiziali di pagana memoria.

Ma, secondo chi scrive, mai come oggi, nei tempi a cui siamo giunti, il messaggio di quell’uomo così importante nella nostra tradizione occidentale, è reso pura apparenza, bellezza di facciata atta a nascondere ben altro dio: quel denaro su cui ormai si gioca la vita e la morte.

Questo breve pensiero “post-natalizio” va a rinfrescare un fatto accaduto circa alla metà di novembre dell’anno appena terminato: si tratta della vendita, organizzata dalla britannica casa d’aste Chriestie’s, per 450 milioni di dollari (circa 380 milioni di euro) di una tela attribuita alla mano di Leonardo da Vinci che raffigura il salvatore del mondo. Salvator mundi – recita il titolo in latino – che pare abbia battuto ogni record di vendita.

Intorno all’opera e alla sua autenticità – cioè a dire: è stato realmente dipinto solo da Leonardo oppure il grande maestro ci ha messo mano insieme ai pittori che lo aiutavano a bottega? Se non addirittura: non è possibile invece che sia stato eseguito completamente dalla sua bottega che, come è risaputo, quando ancora il maestro era in vita, poteva rilasciare riproduzioni degli originali del maestro e talvolta anche spacciare qualche quadro come autografo? – c’è stata a quanto pare una certa diatriba perché la tela risulta alquanto rovinata e quindi più difficile da autenticare con certezza.

L’operazione di mercato congeniata intorno a questo quadro – l’opera d’arte diventa un prodotto; quindi anche un capolavoro conta solo se riesce a fare rumore mediatico – l’ha presentato come un nuovo riscoperto capolavoro leonardesco (pare che in realtà fosse conosciuto già da tempo) e la sua apparizione è stata studiata con cura attraverso una massiccia campagna pubblicitaria che ha previsto esposizioni in giro per il mondo (con un totale di circa 27.000 visitatori) compresa la National Gallery di Londra in una recente mostra su Leonardo da Vinci a cui è seguito il gran finale della vendita all’asta.

Lasciamo perdere questo aspetto della questione sul quale, per chi fosse interessato, c’è molto materiale reperibile nel web, e veniamo al dunque. A noi interessa mettere insieme il soggetto rappresentato nel quadro e quell’esorbitante quantità di denaro. Ci interessa rendere evidente come questo accadimento mostri la sostituzione che si è lentamente operata e che oramai trionfa nella nostra società portandola allo sfacelo: colui che ha indicato la strada della salvezza e, con l’esempio di vita, mostrato il modo per percorrerla (che sia realmente esistito ormai pare acclarato, ma anche se fosse personaggio mitico, le cose non cambierebbero) ha smesso da tempo di influire sulle coscienze e la sua immagine/oggetto viene venduta per una cifra con la quale noi gente comune non sappiamo nemmeno fare i conti.

In questo caso si tratta del Messia ma è ogni immagine o idea che abbiamo chiamato dio – mettendo lì dentro il meglio della nostra capacità di esistere in relazione tra noi e il resto del mondo – che ormai da tempo è stata sostiuita dalla divinità denaro che tutti noi adoriamo anche senza accorgercene.

Siamone consapevoli, poi sciegliamo come proseguire. Quella sfera, in fondo, è nelle nostre mani.fullsizeoutput_55d

 

 

 

 

 

 

 

Così va il mondo dell’arte?

1546_Rudolf_Stingel_Palazzo_Grassi_VeneziaCome si dice: passare dal sacro al profano. Questo è quel che ci sembra di fare, mentre all’ultimo post facciamo seguire quello di oggi. Ma è un contrasto che vogliamo sottolineare perché ci aiuta nel continuare a scegliere la “direzione ostinata e contraria” che proviamo a percorrere attraverso le nostre riflessioni.

Su Le monde diplomatique, allegato/maggio 2016 al quotidiano il manifesto, abbiamo trovato un’interessante articolo sull’arte vista dal punto di vista londinese. Così come negli anni ’60 e ’70 Londra incarnava lo spirito ribelle – punk, minigonne e via dicendo – oggi sembra stia rendendo di moda l’arte contemporanea. Infatti leggiamo che il giro d’affari mondiale del mercato dell’arte contemporanea in quindici anni è più che decuplicato.

L’articolo cerca di fare il punto della situazione riportando, tra l’altro, stralci di intervista  a una famosa gallerista londinese, ritenuta una delle personalità più potenti del mondo dell’arte, la quale, oltre a gestire due gallerie, fa da consulente alla Deutsch Bank per le sue collezioni d’arte internazionale. Al momento dell’intervista la gallerista si stava occupando dell’allestimento di una mostra di Rudolf Stingel, una vera star con esposizioni nei luoghi più prestigiosi e con prezzi che ruotano intorno ai due milioni di dollari per una sua opera. Pare che questo artista – piaccia o non piaccia, sia bravo o meno – abbia dunque un grande pregio: si vende molto bene e i galleristi, è risaputo, incassano il 50% del prezzo. Ma la signora in questione, che propone anche una vendite online chiamata “spazio aperto”, preferisce dire che la sua galleria funge da luogo d’iniziazione per i nuovi collezionisti. Pura bellezza dell’arte che consente al commercio di dissolversi in una pratica spirituale o in un’azione virtuosa.

RS_11Ma allora chi decide il valore di un artista? Il mercato. E per emergere il debuttante ha bisogno di capacità strategiche, di una buona rete di contatti e soprattutto di un mercante. (…) I compratori, sempre gli stessi, intervengono anche nella concezione delle esposizioni. In generale le frontiere tra l’industria e l’istituzione sono porose: Ai Weiwei (altra icona dell’arte che tira di più) dopo un’esposizione di grande successo alla Royal Academy of Arts – ad esempio – è stato protagonista dell’evento di apertura 2016 del centro commercial parigino Le Bon Marchè Rive gauche.

ai-weiwei-05L’arte è diventata una moneta (…) i cui andamenti sono capricciosi quanto quelli delle Borse e solo il 3% degli artisti ne trae vantaggi. Ma, attraverso le loro opere spesso provocanti o addirittura scioccanti questi pochi artisti che si vedono dappertutto impedirebbero al mondo di precipitare nel conformismo borghese e lo spingerebbero a mettersi in questione.

burchia3_MGzoomCosì, contro questo “conformismo borghese” le frasi sintetiche che si ripetono sui pannelli esplicativi nelle sale della Tate come sulle pareti delle diverse gallerie d’arte contemporanea propongono dei valori ineffabili. L’opera sempre vibrante, effimera, dinamica è  flusso, magnetismo e soprattutto resistenza, una parola divenuta feticcio.

Fatto di puri “ gingilli d’inanità sonora” – citando Stephane Mallarmè – questo codice globale per un’arte globale celebra una modernità identificata con l’interconnessione e con l’illusione dell’accesso libero (…)

Viviamo in un circolo vizioso. In ogni modo il sistema è destinato a implodere afferma seraficamente il direttore della Tate Modern che nel 2016 aprirà la sua “estensione”, una piramide asimmetrica di dieci piani che la ingrandisce del 60%. E ha bisogno di altri 30 milioni di sterline. Contemporaneamente un’altra galleria, la White Cube, proporrà uno dei suoi artisti universalmente acclamati in una galleria temporanea installata in una casa di campagna inglese dove ogni estate si tiene un rinomato festival operistico, famoso per il fascino dei suoi picnic ai quali si prende parte in smoking e abito da sera. Il prezzo per un posto si aggira intorno ai 500 euro e non è da escludere che si parlerà dell’arte contemporanea come agente di cambiamento sociale.

Glyndebourne_2Intanto una giovane artista francese (incontrata dale curatrici dell’articolo alla Serpentine Sackler Gallery dove lavora come custode) venuta a Londra nella speranza illusoria di trovarvi un’energia unica, non ha più dubbi: ne ha abbastanza di condividere un appartamento in periferia con alter tre persone, senza la possibilità di trovarsi uno studio, con l’obbligo di lavorare a tempo pieno per pagarsi affitto e trasporti. Se ne torna in Francia.

 Mentre ridiamo, o ci indignamo, di fronte a questo gioco di prestigio che trasforma la speculazione in “abbellimento dell’anima” prendiamo comunque atto anche di un altro fatto e cioè che Londra è la città con il maggior numero di persone che frequentano musei e gallerie e con il maggior numero di studenti iscritti alle scuole d’arte. Fosse che non proprio tutto il male viene per nuocere? Chissà.