Musaba

nik-spatariLocride, terra di Calabria, territori italiani ricordati il più delle volte per brutte storie legate alla ‘ndrangheta, la mafia calabrese. Per questo, perché vivere laggiù cercando di costruire e diffondere cultura è cosa molto più difficile che altrove, è importante ricordare il lungo lavoro dell’artista “visionario” Nick Spatari e della sua compagna Hiske Maas, che ha portato alla creazione di MU.SA.BA – Museo Santa Barbara -  in località Mammola, provincia di Reggio Calabria.

MUSABAUn’ area che si sviluppa attorno ai resti di un antico complesso monastico del X secolo: un museo all’aperto, un presidio attivo, un parco laboratorio produttivo dove si ha la possibilità di rilevare la presenza di differenti tipologie di presenze che sono state conservate e restaurate e che costituiscono un unicum di rilevante interesse ambientale.

cultura_01Nik Spatari, oggi ottantasettenne, è di origini calabresi. Nelle sue opere dice di tentare l’unione tra sogno e realtà, mito e scienza, saggezza e follia e, grazie all’energia forse derivata dall’unione di tutti questi elementi, negli anni ha restaurato, costruito, creato e dato vita – nonostante tutte le difficoltà e gli impedimenti che si possono ben immaginare – a una fondazione  che colleziona opere di artisti contemporanei, organizza eventi, ospita giovani per periodi di formazione artistica e molto altro.

Si tratta di un museo, di una fondazione, di un parco ma, soprattutto, si tratta di grande impegno civile che promuove turismo culturale innovativo, che oppone resistenza al malaffare creando arte e getta luce su una parte del sud del nostro paese altrimenti  oscura e bistrattata.

Un sito web ricco di immagini e documentazioni storiche  può essere visitato per conoscere e  approfondire.

http://www.musaba.org/home/

Quello che facciamo siamo noi

Impronte-bimbiLa conversazione che riportiamo qui di seguito è accaduta tra i bambini/e di una 5° classe della scuola elementare di Giove, un piccolo paese in provincia di Terni. Registrata e trascritta dal loro maestro, Franco Lorenzoni, si trova pubblicata nel libro, edito da Sellerio, I bambini pensano grande/ Cronaca di un’avventura pedagogica che ha per autore lo stesso maestro.

Leggerla ci ha riportato alla freschezza originaria e all’autentico significato che il dibattito artistico dovrebbe avere, anche per chi è ormai adulta/o. Ringraziamo per questo i bambini e le bambine di Giove, in primo luogo Mattia da cui è partita l’idea:

“Mi piacerebbe fare arte perché a me piace tanto disegnare, perché mi piace farmi un autoritratto. Secondo me l’arte è quando esprimi le emozioni e non ti esprimi solo con i colori, ma anche con il disegno. Il disegno è te che non sei te. Significa che sei te che lo disegni e se lo disegni è qualcosa di te. E’ come se mi tolgono un pezzo di me”.

 scoprire la propria creatività. corsi di pittura creativa per bambini e adultiMARIANNA: Se uno dipinge è come se si levasse un pezzo di lui e lo mette nel dipinto.

FRANCESCA: Nella nostra fantasia ci viene un fiore, noi lo mettiamo ed è un pezzo di noi, perché la fantasia è un pezzo di noi.

SIMONE: Se facciamo un autoritratto è tutto, non solo un pezzo.

MATTIA: Tu gli vuoi bene a quel disegno perché l’hai fatto te, sei orgoglioso, quindi è come se ti tolgono un pezzo di cuore e lo mettono lì.

FRANCO: Ma questo vale solo con l’autoritratto?

MATTIA: Non è solo se tu lo disegni, è se ci credi che, automatico, ti si toglie un pezzettino di te e va denttro il disegno, perché ci sei affezionato.

FRANCO: Chi è che te lo toglie?

MATTIA: Il disegno.

FRANCO: Allora il disegno è una cosa viva.

MATTIA: E’ vivo fin quando lo stai facendo, poi dopo si invecchia sempre di più e alla fine muore.

FRANCO: Ma noi vediamo disegni e dipinti di moltissimi anni fa.

MATTEO: Sì, quelli che abbiamo visto agli Uffizi erano veri.

SIMONE: Mattì, possono passare pure cento anni e un disegno resta vero.

FRANCO: Lui non diceva vero, diceva vivo.

MARIANNA: Se è così, quando il pittore muore, muore anche il disegno.

IRENE: Però il disegno c’è ancora, non è che va via.

VALERIA: Quando ci metti impegno il disegno prende vita, poi muore perché ne devi fare un altro e ci metti ancora più impegno.

LORENZO: Secondo me anche la scrittura è viva, perché quando scrivi dai il pensiero delle parole sulla scrittura e la scrittura è viva.

FRANCESCO: Secondo me Mattia più o meno ci ha ragione, quando fai un autoritratto è come se levi un pezzo del cuore e lo metti nel disegno.

IRENE: Puoi fare anche una casa e c’è un pezzettino di te.

ERIKA: Anche se tu fai una cosa semplice, dipingi un cielo con degli uccelli che passano, tu comunque ci metti tutta la tua immaginazione, ci metti sempre qualcosa di te.

FRANCO: Ci sono pitture di secoli fa che ancora ci emozionano.

VALERIA: Sì, perché è come se da un dipinto nasce una storia.

GRETA: Quando fai una cosa e la fai volentieri ci metti sempre una parte di te, in qualsiasi cosa, anche quando scrivi.

IRENE: Rispetto a quello che diceva Mattia, a noi ci parla un disegno, ma se il pittore è morto a lui non parla più.

FRANCESCA: Per me il dipinto non muore.

LORENZO: Quando dipingi un quadro e ci metti qualcosa di tuo, tu vivi ed anche il quadro, da quel pezzetto è come se gli nascesse l’anima.

FRANCESCA: Ma come fa a morire una cosa?

MATTEO: Un foglio muore quando diventa giallo.

MATTIA: Veramente muore qualche altra cosa. Per fare un foglio muore l’albero, perché è dall’albero che viene il foglio.

4366a46e8003b32892aef704d91476a3FRANCESCA: Secondo me è vivo un quadro, perché quando l’hai fatto sembra che è uscito fuori e ti guarda.

FRANCO: Allora un quadro è vivo quando ti guarda?

VALERIO: Quando tu fai un disegno poi il pittore non muore, va solo dentro il disegno.

FRANCO: Ma questo succede sempre o solo con la grande arte?

VALERIA: Secondo me sempre, perché comunque, quando tu ci metti la fantasia, poi comunque è come se il disegno ti dice che il disegno ha bisogno del pittore e, se lui muore per aiutare il disegno che sta dentro, prendono vita.

IRENE: La foto di Raffaello, il suo autoritratto, sembra che ti guarda e tra un po’ esce dal ritratto e ti parla.

FRANCO: Quella di Raffaello è una pittura in realtà, tu hai detto foto…

LORENZO: Quello che ha detto Valeria, che quando un pittore muore va dentro al quadro, secondo me succede solo quando c’è un autoritratto, in pratica l’anima va dentro il quadro.

ERIKA: I quadri non muoiono quando muore l’autore. Anche quando gli autori muoiono i quadri restano, come un ricordo.

IRENE: Però non è che esce fuori e ti parla. Sembra … però non è vero.

FRANCO: Nell’arte succedono cose strane.

LARA: Per me se muore il pittore non è che muore anche il quadro.

VALERIA: E’ come se quello che facciamo siamo noi.

YLENIA: E’ vero, perché siamo noi che facciamo il quadro.disegno

 

 

 

Amare ancora

henrymiller_84915_8Henry Miller è noto come scrittore, soprattutto per i suoi Tropico del cancro e Tropico del capricorno, pubblicati negli anni trenta del secolo scorso. Dai suoi scritti sull’arte prendiamo spunto per ricordarlo come pittore, attività che, insieme alla scrittura, lo accompagnò tutta la vita.

Da Dipingere è amare ancora – Edizioni Abscondita, 2003

 henrymiller_54693_2A quei tempi – e sospetto che l’usanza continui ancora oggi – ci davano modelli di gesso da copiare, di solito antichi greci senz’occhi e vestali acefale avvolte in fluenti drappeggi. Oppure nature morte di vasi, con o senza fiori. Nulla poteva favorir meno l’ispirazione, pensavo allora. E lo penso anche oggi. (…) Sono certo che questa esperienza, con il senso di fallimento, o di inadeguatezza che l’accompagnava, mi fu di grandissimo aiuto. Talvolta la cosa sbagliata risulta poi esser quella giusta, e un fiasco può essere altrettanto utile, o ancor più utile, di un successo. Raramente ci accorgiamo di quanto il negativo serva a produrre il positivo, il male a far scaturire il bene.

henrymiller_17579_2(…) Quel che conta nel disegno è disegnare, bene o male, in modo giusto o sbagliato, compiutamente o sommariamente. Quel che conta, in altre parole, è lo sforzo che si compie. (…) Quasi tutti i pittori da me conosciuti con un’abilità particolare in un certo campo, mi hanno confessato di esser giunti a considerare la propria abilità come una debolezza, un pericolo, e di aver dovuto disimparare ciò che sapevano o credevano di sapere.

(…) Che cos’è la pittura allora? Ovviamente è mille cose diverse per mille individui diversi. Come un libro, una scultura, una poesia. Un dipinto ti parla, un altro non ti dice nulla. (…) Quel che ci accade quando si guarda un quadro può essere totalmente diverso da ciò che l’autore voleva che accadesse. (…) Dipingere significa amare ancora. Soltanto quando si guarda con gli occhi dell’amore si vede quel che il pittore vede. E il suo è un amore libero da ogni senso di possesso.

(…) Vedere non è semplicemente guardare. Si deve guardare e vedere. Vedere dentro e intorno. (…) Non passa forse, la maggioranza di noi, attraverso la vita quasi fosse cieca, sorda, insensibile? Ora, via via che studiavo la fisionomia dell’oggetto, la sua superficie, il suo linguaggio, entravo nella sua vita, nella sua storia, nel suo scopo, nella sua relazione con altri oggetti, e tutto conttribuiva a rendermelo più caro. (…) Anche a me stesso penso come a un vecchio oggetto, qualcosa di molto usato, molto sballottato, consumato e levigato dall’uso e dall’abuso. Qualcosa di utile, oserei dire.

5196c7ff3b340.image(…) I soli artisti ai quali cedo sempre il passo sono i bambini. Per me i quadri dei bambini stanno alla pari con quelli dei sommi maestri. (…) Il lavoro di un bambino non mancherà mai di affascinare, di esercitare un richiamo, perché è sempre onesto e sincero, sempre imbevuto di quella magica certezza sgorgata dalla spontanea, diretta conoscenza delle cose. (…)

12f4a689cee4665e4f319e2823612a7cSì, dipingere è amare ancora, vivere ancora, vedere ancora. Levarsi al primo fiorire del giorno per lanciare uno sguardo furtivo agli acquerelli fatti il giorno prima, o persino poche ore prima, come lo sguardo furtivo lanciato all’amata immersa nel sonno. (…) Dipingere è amare, e amare significa vivere in pienezza. Ma quale tipo di amore, quale genere di vita si può trovare in un “vacuum” ingombro di tutti gli aggeggi possibili e immaginabili, di qualsiasi gadget per far soldi, di tutti i più recenti comfort, di tutti gli inutili oggetti di lusso? Per vivere e amare, e per esprimere vita e amore nella pittura, occorre avere un’autentica fede. (…) Un buon artista deve avere in sé un briciolo di follia, se per follia s’intende un’eccessiva incapacità di adattamento.

(…) Ciò che nutre un artista è lo sguardo d’amore negli occhi dello spettatore. Non il denaro, né le relazioni utili, né le mostre, né le recensioni lusinghiere. (…)

 

Zoologia profetica

 

Non esiste una sola realtà, un solo sguardo.

Vedere le cose da diverse prospettive è un modo proficuo per entrare a patti col mondo,

con il nostro stare al mondo.

 e57f4be6af529d23aa93a7ef4a3f145aUomini come cibo: titolo di una mostra che si è tenuta a Milano nel 2015 (dal 18 giugno al 30 settembre), anno in cui il cibo la faceva da padrone ovunque per via del grande baraccone di Expo che si diceva impegnato sulla questione. Invece, ribaltando la prospettiva del tema, le quaranta opere in mostra mettevano al centro un bestiario fantastico di creature che si cibano di uomini.

12420588384_72dae26012_bIn questa ottica visionaria gli uomini, da esseri dominanti, si trasformano in oggetti di consumo, mentre gli animali divengono divoratori, incarnano le paure di chi li ha disegnati e assumono una funzione salvifica, diventando meccanismo proiettivo di difesa della loro fragilità nelle relazioni con il mondo reale.

Il riscatto sociale dallo stato di assedio in cui spesso si ritrovano i giovani artisti inizia dall’esorcizzare la paura, lasciando affiorare potenti e immaginifici esseri zoomorfi che divengono i loro protettori e i loro giustizieri.

elefante_raroAbbiamo trovato questa prospettiva estremamente interessante perché noi esseri umani mai prendiamo in considerazione la possibilità di essere quello che siamo, cioè animali di cui altri animali si possono cibare. E perchè no? Siamo pur sempre carne, ci farebbe bene ricordarlo, ci ridimensionerebbe un po’ visto che, nel nostro delirio d’onnipotenza, abbiamo completamente rimosso la questione. Forse ci potrebbe anche salvare. Le ragioni che hanno portato i ragazzi dell’Atelier dell’Errore - un laboratorio d’arti visive nato 14 anni fa come complemento all’attività clinica della neuropsichiatria infantile di Reggio Emilia e Bergamo da un progetto di Luca Santiago Mora – a creare i loro animali hanno poco a che fare con il nostro pensiero ma pensiamo che fra le loro motivazioni ci possa stare, si possa aggiungere anche questa.

errore1Abbiamo letto che i disegni che riempivanolo spazio di via Monte di Pietà – disseminati in ordine sparso sui cinque piani di un edificio in apparente stato di abbandono – sembravano occupanti clandestini che invitavano i visitatori a fare un viaggio partendo dalle cavità sotterranee per poi, attraverso mare e terra, raggiungere il cielo in una stratificazione che sembrava stabilire un apparente ordine biologico fra le varie specie fantastiche. Un viaggio emozionale e immaginario in grado di suscitare in ogni visitatore molteplici proiezioni personali.

Il Cammello Purpureo di Correggio 1Disegni grandi che si sviluppano su diversi fogli uniti tra loro da semplici nastri adesivi. Scatole di legno povero che li evidenziano e sottolineano la loro presenza.

Leone_ArrabiatoDa quella mosta è nato un libro, l’Atlante di zoologia profetica, (stampato da Corraini in collaborazione con la collezione Maramotti di Reggio Emilia) che, oltre a riprodurre i disegni, si propone come riflessione multidisciplinare sull’arte e sulla particolarità ed eccezionalità del lavoro dei ragazzi dell’Atelier. Scrittori, poeti, psicoanalisti, critici d’arte, religiosi, intellettuali si sono interrogati sulle immagini e sulle parole di queste opere che creano un gioco di corrispondenze e tessiture continue tra linguaggio e figurazione.

837a1d7b-c940-44a0-ace6-9fab332051b5_xlDicono che le bestie stesse sono frutto di un errore, dicono che quelle bestie lì sono quelle che non hanno dato retta a Noè e non ci sono volute salire in quell’Arca venuta su in mezzo al deserto, o sono arrivate in ritardo, come sempre, come a scuola.”

 

 

 

Visioni sciamaniche


pabloamaringo-dot-com - 04“ E’ così che la natura parla, dato che nella natura c’è Dio e Dio ci parla nelle nostre visioni. Quando un ayahuasquero beve il suo infuso vegetale, gli spiriti si presentano a lui e spiegano ogni cosa.”

ila-pablo-amaringoAscoltando le storie di Carlos, mi familiarizzai gradualmente con alcuni dei personaggi della mitologia ashaninca.(…) Si riferiva a esseri invisibili, chiamati maninkari, che si trovano in animali, piante, montagne, corsi d’acqua, laghi e in certi cristalli, e che sono fonti di conoscenza: “ I maninkari ci insegnano come filare e tessere il cotone e come confezionare i vestiti. In precedenza i nostri avi vivevano nudi nella foresta. Chi altro avrebbe potuto insegnarci a tessere? E’ così che nacque la nostra intelligenza ed è così che noi indigeni della foresta sappiamo come tessere”.

llullon-llaki-supai-pablo-amaringo(…) scoprii che Carlos non si era inventato storie fantasiose. Al contrario mi stava fornendo elementi concisi delle principali credenze cosmologiche della sua cultura, come fu ampiamente documentato da Weiss negli anni ’60: gli Ashaninca credono nell’esistenza di spiriti invisibili detti maninkari, letteralmente “coloro che sono nascosti”, ma che possono essere visti ingerendo tabacco e ayahuasca. Vengono anche chiamati ashaninca, “nostri compagni”, dato che si ritiene che siano gli avi con i quali si è imparentati. Dato che questi maninkari sono sono anche presenti in piante ed animali, gli Ashaninka vedono se stessi come appartenenti alla stessa famiglia di aironi, lontre, colibrì e così via, che sono tutti “perani ashaninka”, nostri compagni in tempi lontani.

pablo-amaringo-pinturas-46Queste poche righe sono tratte da Il serpente cosmicoil DNA e le origini della conoscenza, scritto dall’antropologo Jeremy Narby e pubblicato dall’editore Venexia nel 2006. Il libro racconta del soggiorno di Narby in Amazzonia e delle sue affascinanti scoperte sugli inaspettati riscontri tra le visioni indotte dall’uso sciamanico delle piante psicotrope e le scoperte della biologia molecolare.

transformacion-del-chaman-en-aguila-pablo-amaringoJeremy scrive: “Nel corso delle mie allucinazioni avevo imparato cose importanti: ad esempio che sono solamente un essere umano, che sono intimamente legato alle altre forme di vita, e che la vera realtà è più complessa di quanto i nostri occhi ci inducano a credere”.

E così termina: “ Tutto considerato, la saggezza richiede non solo l’indagine di molte cose, ma anche la contemplazione del mistero.”

yana-yacumama-pablo-amaringoPer chi ha a che fare col mondo della visione, cioè con la pittura, libri di questo genere non sono di poco conto e per questo l’abbiamo introdotto. Inoltre alcuni ayahuasqueros – sciamani che fanno uso della sacra liana per “connettersi” con gli spiriti di tutto ciò che vive nell’universo – hanno raccontato le loro visioni dipingendo. Uno di questi, Pablo Amaringo, ha raggiunto una certa fama e dei suoi dipinti sono stati raccolti in un volume: Visioni con l’ayahuasca – l’iconografia religiosa di uno sciamano peruviano, curato dall’antropologo Eduardo Luna il quale, fornendo una miniera di informazioni sullo sciamanesimo amazzonico, contestualizza i cinquanta dipinti di Amaringo. Ne proponiamo alcune riproduzioni e rimandiamo chi fosse particolarmente interessato, al materiale di varia qualità, che si può reperire su internet ma che spesso finisce nel calderone di una pittura psichedelica per noi poco interessante.

 

 

 

Sono nel tempo che passa

sconosciutoEssere attivi, essere efficienti non è una condizione ideale, è semplicemente una malattia che abbiamo preso e da cui non riusciamo a guarire. Vivere in un paese non è una soluzione e non è una soluzione neppure vivere in città. Bisogna trasformare profondamente ogni luogo.

Julia Sisi                 Julia Sisi

 L’anima del mondo è finita perchè sommersa dalle merci, le merci ci sono sembrate più comode al posto dell’anima. Le merci hanno messo fuori gioco ogni leggenda, fuorigioco il sogno e in fondo anche l’amore.

 
Anne Grgich                   Anne Grgich

Sono nel tempo che passa, non c’è niente da risolvere, non c’è una meta da raggiungere. E’ bello vivere proprio perchè il vivere è avvolto nel mistero e non ha alcun compito.

 Dario-Righetti      Dario Righetti

Abbiamo ripreso queste parole di Franco Arminio (in Ciò che ci rende umani/poesia filosofia arti – a cura del Teatro Valdoca – Il Vicolo divisione libri) e le abbiamo fatte nostre per sostenere il coraggio di coloro che non hanno attività, produzione ed efficienza come mito e come meta.

Le abbiamo fatte nostre per sostenere le fila di tutti quei personaggi balenghi, di quegli “artisti” senza agende ripiene che non sanno fare altro che stare al mondo e raccontare storie, a modo loro.

 Un grazie a tutti loro.

La maestà dei colori

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Beato Angelico, un angelo

Durante questa lunga estate abbiamo passato alcuni giorni in Toscana, mossi dall’idea di andare indietro nel tempo a rivedere le immagini di Piero della Francesca che affrescano la basilica di S. Francesco ad Arezzo (l’atmosfera magica del sogno di Costantino ci attrae sempre, come le immagini di fiaba nei libri dell’infanzia, che non smetteresti mai di guardare) e una delle bellissime annunciazioni del Beato Angelico in quel di Cortona.

beato-angelico-cortonaBeato Angelico, Annunciazione di Cortona

Su Beato Angelico vorremmo soffemmarci perché ci è parso evidente che, se l’iconografia è superata, non lo sono di certo i meravigliosi colori che irradiano da quelle tavole e ciò che trasporta quelle immagini oltre la dimensione del tempo fino a noi, lasciandoci ancora stupiti, sono proprio gli accostamenti di colori puri che l’oro esalta riempiendoli di luce. Sapienza del colore e della luce – nei quali l’Angelico ebbe come maestro Lorenzo Monaco – che lo portaronono a creare lo splendore necessario a raffigurare la “visione delle cose secondo il punto di vista di Dio” per quella che era la cultura del primo Rinascimento.

Lorenzo_monaco,_annunciazione_bartolini_salimbeni,_1420-24_ca.,_02 Lorenzo Monaco, Annunciazione

Come ci insegnava Argan ai tempi della scuola è stato il Beato Angelico a identificare nella luce quel principio di qualità che permette all’esperienza umana, limitata e attaccata alla “quantità”, di elevarsi fino a comprendere l’idea suprema dell’essere. Piero della Francesca partirà di qui per raggiungere quell’identità di spazio e di luce che è la sintesi di tutti i grandi temi dell’arte nei primi anni del XV secolo: la ricerca di una conoscenza che ha dell’umano e del divino, di una forma che possa esprimere altrettanto bene il dramma e il contrasto della vita umana, e le leggi eterne e razionali della natura.

 

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   Particolare dell'annunciazione di Cortona

La scienza che attualmente studia il colore riconosce che quando si accostano i colori al loro massimo grado di purezza si riproduce la vitale ricchezza di una luminosità primordiale. Dunque sappiamo che primari e secondari allo stato puro possiedono una forza luminosa originaria ma che, allo stesso tempo, danno un senso di realtà tangibile e festoso e che perciò sono stati utilizzati con altrettanta proprietà sia per dipingere un’incoronazione della Vergine come per una natura morta realistica.

Notiamo quindi che il contrasto di colori puri è presente anche nell’arte popolare dei popoli piu diversi: ricami variopinti, costumi e ceramiche testimoniano la spontanea capacità di utilizzare quegli effetti cromatici. Più che per ragioni d’ordine spirituale fu per il piacere della sua vivacità che venne largamente usato nella miniature alto-medioevali e, con particolare frequenza, lo troviamo utilizzato nelle vetrate, dove trionfa sulle forme architettoniche.

E’ facile costatare che le possibilità espressive di ogni singolo contrasto possono essere molteplici, dalla gioia più chiassosa alla profonda tristezza, dal senso di primordialità terrestre a quello di cosmica universalità. I colori puri messi a contrasto permettono di indicare l’infinito significato di un avvenimento e nella loro totalità simboleggiano la portata cosmica di un evento. Grazie a questo, molto più che per le storie raccontate, le tavole del Beato Angelico affascinano e continueranno ad affascinare.

 4 R UMAX     PowerLook III    V1.5 [3]Beato Angelico, particolare dell'annunciazione conservata al museo del 
Prado ( Madrid)

Parafrasando Carlo Giulio Argan, l’esperienza umana che stiamo attraversando oggi è così miseramente attaccata alla quantità che il principio di qualità ci pare addirittura sparito. Ma non è finito il bisogno. Abbiamo certamente bisogno, e molto ancora, della maestà dei colori come di tutti quei linguaggi che aprono spiragli di luce nella vastità della mente. Abbiamo bisogno di toccare con mano, e intimamente, che la vita è molto di più – nel bene e nel male forse, ma certamente di più – di quel che comunemente si crede.

“viva la rivoluzione”

VIVA LA RIVOLUZIONE APPASSIONATA DELL’INTELLIGENZA CREATIVA

Questa incitazione, dipinta dal danese Asger Jorn negli anni sessanta, ci pare un buon modo per salutare tutti coloro che seguono questo blog e anche chi vi capita casualmente.  A rivederci tutti dopo l’estate.

Fate buon uso del vostro tempo, se potete.

Buone vacanze!

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Hachiemon non dipinge ventagli

Libero e lieve Io correrò felice / Nei campi d’estate

hokusai darumaAbbiamo avuto la fortuna di ricevere in dono un bel libro, fuori produzione e a tiratura limitata, che racconta la storia di Hachiemon, uno dei tanti nomi con cui amava farsi chiamare il celeberrimo pittore giapponese Hokusai, vissuto a cavallo tra la seconda metà del 1700 e la prima del 1800.

Il grande artista ci viene in aiuto per introdurre una riflessione sul concetto di arte che vogliamo proporre a chi ci legge.

hokusai_tigre_nella_neve_1849-image2La parola “arte” nella lingua giapponese non esisteva – leggiamo dall’introduzione – e venne introdotta nel loro vocabolario solo verso la fine del XIX secolo come traduzione di un termine presente nelle lingue occidentali. Per esprimere quello che noi intendiamo con questo termine coniarono i termini geijutsu e bijutsu che, ritradotti, significherebbero qualcosa come: la tecnica del bello, lo strumento raffinato, la maestria di una particolare espressione artistica. Fin dall’antichità e prima del contatto con l’Occidente i giapponesi esprimevano con il termine do – michi, che in italiano può essere tradotto con “via”, un insieme di sensibilità, espressività, tecnica, stile, modi di vedere e operare che diviene la forma della vita intera. Con questo si intende dire che tutta la vita di chi ha scelto quella via è inglobata in una pratica. Abbiamo così la via della scrittura, shodo, la via dei fiori kado, la via del tè sado, e la via del guerriero che racchiude le cosiddette arti marziali, bushido. Ci viene detto quindi che l’arte nel giappone antico era un percorso che implicava un rapporto integrale della persona e della sua vita con l’espressione artistica e che, in questa concezione, arte e religione si sovrapponevano, perchè la religione – la via di Buddha, butsudo, – non è da intendersi come un credo, comunque non solo, ma soprattutto come un modo di indirizzare e vivere la propria vita tutta intera.

Questa concezione la ritroviamo perfettamente espressa nell’opera di Hokusai per il quale vita e attività artistica, come viene spiegato bene nel libro, sono, appunto, “non-due”. Il termine “non-due” è uno dei modi per scrivere il nome del monte Fuji, simbolo centrale del Giappone oltre che dell’opera del grande artista, ma è anche una parola chiave del buddismo dell’estremo oriente. La “via di mezzo” annunciata da Sakyamuni Buddha in India, in Cina e in Giappone prende anche il nome di non-due, intendendo con questo il superamento di ogni dualismo antitetico senza bisogno di evocare un’unità che potrebbe essere fonte di un principio di autorità molto estraneo allo spirito libero del buddismo.

hokusai1bigSappiamo bene che nel Giappone contemporaneo la situazione non è più così e gli artisti del sol levante si sono del tutto conformati alle modalità occidentali, estetiche ed economiche. Ciò nonostante, o forse proprio per questo, ci sembra importante pensare a quell’antichità. Crediamo che la crisi che ci avvolge si esprima abbondantemente anche nell’arte – del resto come potrebbe essere altrimenti – e che il mercato ormai sia il padrone indiscusso – abbiamo avuto modo di ribadirlo diverse volte – anche di quel territorio, divenuto spesso arido e inospitale.

Un modo per arrestare il declino potrebbe stare forse proprio in questo: nel coraggio di tirarsi fuori – per chi sente l’arte come via – dal “mondo/modo prestabilito” e mettere tutta la propria vita in una pratica, consapevoli che la strada intrapresa non avrà un punto di arrivo o una meta con ricompensa finale. E’ la storia della vita di una persona che si racconterà allora attraverso quella pratica, fatta di infinite sfumature, intoppi, luci e drammatiche ombre. Una vita, così com’è.

Che sia questo il messaggio del grande Hokusai? Abbiamo la presunzione di pensarlo.

Invitiamo chiunque sia interessato a conoscere La bella storia di Hachiemon e della sua arte – ovvero: una nuova lettura di Hokusai – libro curato da Bruno Gallotta con introduzione di Jiso Giuseppe Forzani  di fare riferimento a questa e-mail: [email protected]

Come muoiono i musei


68.MD-5376-800x639Si fa presto a dire ceramica e, perlopiù, uno pensa al servizio buono di piatti e tazzine tirato fuori per natale. Ma c’è chi della ceramica ha fatto un’arte, che poteva essere ammirata a Doccia (Sesto Fiorentino) nel museo Ginori e che, purtroppo, per i soliti motivi – quanto è triste  dover fare queste affermazioni! – che devastano le piccole e infinite meraviglia d’Italia, rischia di non essere più visitabile.

museo-delle-porcellaneAbbiamo trovato questo articolo sul quotidiano il manifesto e lo postiamo (aggiungendo qualche bella riproduzione come piccolo esempio di ciò che vi è conservato) nella, sempre ultima a morire, speranza di agire a favore della sua riapertura.

61515richard_ginoriWEBCome muoiono i musei oggi? Muoiono per i bombardamenti per esempio, ma in un paese in tempo di pace, cosa accade? Muoiono perché non hanno le risorse per restare aperti e si tagliano fondi al personale di sorveglianza, esponendoli così più facilmente ai furti, muoiono infine perché si dà per certo che solo un intervento privato possa garantirne l’esistenza. Altrimenti mancano i fondi. In realtà quello che manca è una visione collettiva che metta insieme gli enti pubblici e il privato con il territorio e i suoi cittadini.

ceramiche-gio-ponti-richard-ginori-mostra-JY3963ZIE la storia di come sia nato il museo Richard Ginori a Doccia (Sesto Fiorentino) è proprio una storia di ampie vedute, di progresso civile, di curiosità culturale. È la storia di Carlo Ginori che nella prima metà del Settecento fa dei viaggi in Austria riportando in Toscana, a Sesto, i segreti della manifattura della ceramica d’oltralpe.
Siamo nel mezzo del secolo dei lumi e mentre i Lorena prendono il posto degli ultimi Medici un aristocratico illuminato, dalle famiglie dei suoi coloni (quindi direttamente dai campi e dalla sua terra) sceglie e istruisce quelli che diventeranno suoi preziosi e raffinati maestri d’arte.

Bolo-Labirinto-1926_CAssociazione-Amici-di-Doccia_Arrigo-CoppitzRaccoglie instancabilmente fin dall’inizio una gran quantità di modelli e calchi in gesso, acquistati dagli eredi degli scultori del tardo barocco fiorentino dando vita al primo nucleo di una ricchissima collezione composta e arricchita poi nel corso dei secoli, costituita da forme in gesso (alcune centinaia ancora in attesa di una catalogazione), circa 1200 modelli in gesso, 8000 opere in ceramica, terracotta, cera e piombo, oltre a circa 7000 lastre per la decalcomania e la cromolitografia.

Gio-Ponti-Vaso-Prospectica-1925-maiolica-policroma-Museo-Richard_GinoriDocciaUna miriade poi le vicende che nei secoli hanno investito l’azienda: dall’istituzione, nell’Ottocento, di scuole serali e della Società di Mutuo Soccorso per i lavoranti, alla fusione con la milanese Richard al tentativo, riuscito, da parte degli operai, di salvare i macchinari e i forni minati dai tedeschi in ritirata alla fine della seconda guerra mondiale infine alle lotte operaie affinché la silicosi venisse riconosciuta come malattia professionale.

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Le tristi vicende dell’azienda relative agli ultimi anni (malagestione, cambi di proprietà, fallimenti) hanno messo seriamente in pericolo l’esistenza del museo stesso la cui chiusura completa, negli ultimi due anni, ha fatto sì che, al suo interno, vi siano condizioni incompatibili con la conservazione di opere d’arte. Le infiltrazioni d’acqua sono ovunque e l’umidità, per esempio sui preziosi modelli in cera, interagisce direttamente col gesso di riempimento dando pericolosi effetti di rigonfiamento. Sarebbe bello e logico e importante allora pensare a una scuola che, invece di andare a visitare i Grandi Uffizi, sceglie di andare a visitare un museo piccolo, prezioso e vicino. Quei ragazzi tornerebbero a casa e forse qualcuno gli racconterebbe come si lavorava e cosa si faceva alla Ginori. Sarebbe un esempio di come il patrimonio comune faccia crescere i cittadini che, in cambio, poi diverranno suoi custodi.