I luoghi dell’infelicità


Centro Polifunzionale Appio I-2Nel rapporto con il tipo di spazio che ci circonda, con l’ambiente che esso crea, si gioca una parte – una buona parte talvolta – del nostro benessere.  Nelle città – soprattutto ma non solo – abbiamo bisogno di luoghi buoni, utili per l’incontro, l’espressione dei nostri molteplici modi d’essere e la condivisione delle differenze. Luoghi comuni che non siano dediti solamente alla vendita e all’acquisto. Ce n’è una grande necessità e tanti spazi inutilizzati potrebbero essere adoperati con sapiente intelligenza.

P1200263-2L’articolo che riportiamo (Sandro Medici su il Manifesto, 26 marzo 2015) parla di questo, mettendo a confronto due realtà romane distanti un paio di chilometri una dall’altra. La prima è l’ennesimo centro commerciale sorto utilizzando lo spazio di quello che era – leggiamo – uno dei gioielli dell’archeologia ferroviaria di fine ottocento nella città storica. Possiamo facilmente immaginare le belle travature in ferro, le vetrate, gli arredi industriali … deturpati da ipermercati, negozi d’ogni genere e la peggiore musica a getto continuo.

happio9La seconda occupa abusivamente un altro fabbricato tramviario dismesso: se ne appropriarono qualche anno fa un gruppo di donne facendolo diventare un centro d’accoglienza per donne e bambini in difficoltà, con molte attività culturali che vi ruotano intorno. C’è un bel giardino, il sabato fanno il mercato, d’estate il cinema all’aperto, e pare si possa bere il tè alla menta più buono di Roma. Quindi, parafrasando il brutto nome – Happio –  che è stato scelto per l’ipermercato e per darci ad intendere che chi acquista è contento …a noi la scelta di dove vogliamo essere felici.

Sta per con­clu­dersi uno dei peg­giori capi­toli nella sto­ria dell’urbanistica romana. Una sto­ria ormai seco­lare, che pure può van­tare una rag­guar­de­vole quan­tità di scel­le­ra­tezze. Tra strom­bazzi inau­gu­rali e pac­chia­ne­rie varie, pro­prio oggi uno dei gio­ielli dell’archeologia fer­ro­via­ria di fine Otto­cento diventa un grande cen­tro com­mer­ciale: un altro cen­tro com­mer­ciale, l’ennesimo. Ma que­sta volta non anni­dato ai bordi della città, bensì incap­su­lato, inci­stato nella città sto­rica: cir­con­dato da grandi fab­bri­cati d’inizio secolo, affac­ciato su un’arteria stra­dale peren­ne­mente congestionata.

Lo chia­ma­vano affet­tuo­sa­mente (e ana­cro­ni­sti­ca­mente) il depo­sito Ste­fer dell’Alberone, dall’acronimo dell’antica muni­ci­pa­liz­zata del tra­sporto su ferro. Si trova in Via Appia Nuova, al cen­tro di un quar­tiere ad alta den­sità abi­ta­tiva, appog­giato sul mar­gine dell’intensissimo flusso di traf­fico che attra­versa Roma dal sud al nord. Die­ci­mila metri qua­drati di una mera­vi­gliosa, quanto cadente e abban­do­nata, rimessa fer­ro­via­ria. Aggra­ziate tra­va­ture in ferro, grandi vetrate, arredi indu­striali, per­fino qual­che pol­ve­roso macchinario.

Da lì par­ti­vano i tre­nini che anda­vano a rag­giun­gere i Castelli romani, Fra­scati, Grot­ta­fer­rata, Vel­le­tri. Tran­si­tando lungo i popo­losi quar­tieri della Via Tusco­lana e facendo tappa nei sacrari della cine­ma­to­gra­fia ita­liana, l’Istituto Luce, il Cen­tro spe­ri­men­tale, gli sta­bi­li­menti di Cine­città. Fu pro­prio Fede­rico Fel­lini, nel suo penul­timo film, L’intervista, a riper­cor­rere quel tra­gitto auto­bio­gra­fico, fil­mando alcune scene pro­prio in quel depo­sito e rie­su­mando quei vec­chi, stri­denti vagoni.

Quel film è del 1987, lo stesso anno in cui viene appro­vata la prima deli­bera sulla ricon­ver­sione urba­ni­stica. Che in sostanza dispo­neva il tra­sfe­ri­mento in que­gli spazi del vicino mer­cato rio­nale, inse­diato mala­mente in mezzo a una strada, poco igie­nico a molto sco­modo. Ed è stata pro­prio que­sta lode­vole pre­vi­sione il gri­mal­dello che ha per­messo, anno dopo anno, decen­nio dopo decen­nio, giunta dopo giunta, di con­se­gnare agli inte­ressi pri­vati un pre­zio­sis­simo fab­bri­cato pub­blico: uno di quei rari manu­fatti sto­rici che avreb­bero potuto ospi­tare ben altre fun­zioni, cul­tu­rali, arti­sti­che, sociali. Come peral­tro accade in altre metro­poli euro­pee, dove le ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che non sono certo così ser­vili nei con­fronti di finan­zieri e immobiliaristi.

Altre deli­bere si sono avvi­cen­date, altri pro­getti si sono sus­se­guiti, altri sin­daci si sono alter­nati, ma sem­pre fina­liz­zando l’intervento intorno a que­sta pre­sunta uti­lità pub­blica. È finita come diver­sa­mente sarebbe stato dif­fi­cile finisse: il mer­cato dell’Alberone non si tra­sfe­rirà, resta dov’è. È dun­que scom­parso anche quel minimo van­tag­gio pub­blico, quell’utile fun­zione di ser­vi­zio, quella vaghis­sima e illu­so­ria ipo­cri­sia con cui per trent’anni l’amministrazione comu­nale ha moti­vato (giu­sti­fi­cato) il per­verso inganno che ha per­pe­trato ai danni della città.

Si chiama Hap­pio que­sto nuovo monu­mento al mer­cato: un medio­cre impa­sto di ingle­si­smo e roma­ni­smo che allude a un’improbabile feli­cità ma che, al con­tra­rio, appare goffo e stuc­che­vole come la gran parte dei ten­ta­tivi di misti­fi­ca­zione lin­gui­stica che ci hanno ormai colo­niz­zato. Sarà un con­cen­trato di atti­vità com­mer­ciali, di spazi d’intrattenimento, di uffici, di ser­vizi pri­vati e di tutti i con­sueti deri­vati al seguito. Il per­fetto modulo spe­cu­la­tivo con cui si svi­luppa l’odierna gestione urba­ni­stica: un intrec­cio tra l’immediatezza dell’incasso, cioè il fre­ne­tico get­tito di scon­trini d’acquisto, e il più rilas­sato rica­vato della ren­dita affit­tua­ria, tanto costante quanto progressivo.

C’è chi impu­di­ca­mente defi­ni­sce «rige­ne­ra­zione urbana», que­ste colos­sali ope­ra­zioni affa­ri­sti­che. E molte altre se ne annun­ciano in città, nei vec­chi Mer­cati gene­rali, nell’antico Mat­ta­toio, nel Mer­cato dei fiori, nel Palazzo degli esami, in altri depo­siti e magaz­zini svuo­tati, nelle aree fer­ro­via­rie e nelle Dogane in disuso, nelle caserme.
Del resto, con la crisi dell’edilizia, con milioni di metri cubi resi­den­ziali che restano inven­duti, que­sto tipo di ricon­ver­sioni com­mer­ciali diventa l’unico sbocco per un sistema finanziario-immobiliare impi­grito e parassitario.

In linea com­ple­men­tare, le ammi­ni­stra­zioni locali, ormai dis­san­guate dai tagli ai bilanci e para­liz­zate dal patto di sta­bi­lità, non tro­vano di meglio che sven­dere il pro­prio patri­mo­nio per com­pen­sare i loro defi­cit. Ed è così che si creano quelle scia­gu­rate con­di­zioni che per­met­tono ai pri­vati di impos­ses­sarsi di immo­bili sto­rici e per­fino pre­giati, per poi tra­sfor­marli in lucrose atti­vità, che certo non appa­iono par­ti­co­lar­mente utili e, anzi, rica­dono pesan­te­mente sul tes­suto urbano, appe­san­ten­dolo ulteriormente.

Insomma, sem­bra pro­prio un destino ine­so­ra­bile vedersi sot­trarre dai pri­vati quei beni pub­blici che, in quanto pub­blici, appar­ten­gono a tutti noi. Eppure, un’altra pos­si­bi­lità ci sarebbe. Se solo la poli­tica riac­qui­stasse il suo ruolo pro­get­tuale, o più sem­pli­ce­mente acco­gliesse le esi­genze cit­ta­dine, e non si limi­tasse a svol­gere le fun­zioni di ente liqui­da­tore, di faci­li­ta­tore degli inte­ressi del mer­cato. Ricon­ver­tire e riu­sare il patri­mo­nio dismesso è sicu­ra­mente utile e pro­fi­cuo: il punto è per farci cosa. E poi, per­ché pri­var­sene per sven­derlo? Non sarebbe meglio uti­liz­zarlo per offrire alla città quel che manca e che sarebbe invece neces­sa­rio? Ser­vizi sociali, oppor­tu­nità di lavoro, atti­vità cul­tu­rali, luo­ghi di aggre­ga­zione e (per­ché no) que­gli alloggi popo­lari che tanto ser­vi­reb­bero per con­tra­stare l’emergenza abitativa.

A un paio di chi­lo­me­tri da Hap­pio, un altro fab­bri­cato tram­via­rio dismesso svolge un’altra atti­vità. Non si com­pra niente né ci sono vetrine e pla­sti­che colo­rate. C’è però una signora eri­trea che ti offre il tè alla menta più buono di Roma. È stato occu­pato qual­che anno fa da un gruppo di donne del quar­tiere ed è diven­tato un cen­tro d’accoglienza per donne e bam­bini in dif­fi­coltà o che hanno subito vio­lenze. C’è un bel giar­dino per gio­care e stare insieme. D’estate si pro­iet­tano film. In una stanza è stata alle­stita una biblio­teca. Il fine-settimana c’è anche un mer­ca­tino e si può fare la spesa. C’è poi una sar­to­ria che rici­cla vec­chi indu­menti e che qual­cuno si azzarda a defi­nire vin­tage. Un ser­vi­zio sociale, insomma. Una di quelle atti­vità pub­bli­che che, in base a diret­tive euro­pee e anche per sem­plice buon senso, dovrebbe sor­gere in tutti i quar­tieri e di cui invece non si vede l’ombra.

Non per facili reto­ri­che né per appa­rire cor­rivi a tutti i costi, ma una domanda affiora irre­si­sti­bil­mente. Cosa serve di più alla città: un cen­tro com­mer­ciale o un cen­tro anti-violenza?

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