dell’altro e dell’altrove

839426Cosa succede se delle persone si insediano in un ex salumificio perché hanno bisogno di una casa e poi arrivano degli artisti che intendono raccontare e valorizzare questa azione? Succede che col tempo lo spirito dell’arte si allarga fino a coinvolgere tutti, abitanti e visitatori, alimentando la convinzione che proprio l’arte possa essere la chiave per salvare tutto. E’ cominciata così, nel marzo del 2009, con un’occupazione sulla Prenestina al civico 913, periferia est di Roma, la storia di quello che diventerà il Museo dell’Altro e dell’Altrove – MAAM – di Metropoliz e dei suoi abitanti. Ma non si può comprendere fino in fondo la realtà di questo luogo, dove l’arte salva lo spazio e lo spazio salva l’arte, senza conoscerne la storia.

maam-giorgio-benni-museo-dell-altro-e-dell-altrove-di-metropolizEra l’ex stabilimento del salumificio Fiorucci e venne occupato con un duplice scopo: quello primario di risolvere problemi abitativi per molti e come atto dimostrativo contro un colosso delle costruzioni proprietario dell’immobile. Niente è arduo per colui che vuole, Nihil difficile volenti, dice la scritta riprodotta da Pasquale Altieri che allude all’andare nello spazio e ritornare con la l.u.n.a  - incastonata tra le travi del soffitto del cortile da Massimo de Giovanni –  ma anche alla mescolanza di più lingue e culture che qui è stata proficua e non generatrice di caos. Di fatto diviene il motto del MAAM.

Massimo-De-Giovanni_L.U.N.A.Una volta era un macello. I maiali entravano vivi passando per un corridoio che si fa sempre più stretto, alla fine storditi con una pistola dalla punta di ferro e appesi per gli arti posteriori su una guidovia che procedeva verso la sala dove si eseguiva lo sgozzamento. Colato il sangue, le carcasse passavano attraverso la macchina scuoiatrice, che ricorda un autolavaggio con tanto di spatole roteanti, finché si passava all’eviscerazione.

DSCF6755Adesso sul muro di una sala c’è l’affresco della Cappella Porcina eMAAMcipazione di Pablo Mesa Cappella e Gonzalo Orquín, che rivisita il percorso dei maiali nella fabbrica, ribaltandolo dalla morte alla vita. Nella stanza adiacente, che ospitava le vasche di raccolta del sangue, le opere di Nicola Alessandrini e Vincenzo Pennacchi richiamano quello che queste pareti hanno effettivamente visto per anni.

nicola-alessandrini-new-mural-for-maam-in-rome-01La suggestione di mettere l’arte in un luogo di morte Roma l’aveva già vissuta con l’apertura della sede secondaria del MACRO/Museo Arte Contemporanea Roma, chiamata MACRO Future e situata in due padiglioni dell’ex mattatoio nel quartiere Testaccio. Ma questo, come tutti i musei, acquisisce, ordina, cataloga, conserva, comunica e soprattutto espone cultura, scienza e tecnica. Bisogna andare in certi orari, solitamente si paga un biglietto, le opere sono chiuse e protette, per cui si richiede e si alimenta un certo distacco tra chi realizza e chi osserva. Qui no, qui ci si abita.

4ae0d16918553ac5e4eeb2c05bc2ab69Torniamo al 2009. Grazie al contributo dei Blocchi Precari Metropolitani – organizzazione romana nata nel 2007 per rivendicare il diritto all’abitare – nasce Metropoliz e nell’ex stabilimento si ricavano alloggi per circa 200 persone (una sessantina di famiglie con anche tanti bambini): italiani con i peruviani, rumeni, ucraini, marocchini, comunque persone accomunate da qualcosa, senza risorse e aiuti dallo Stato, che si sono fatte guidare dall’intraprendenza dei Bpm. Particolarità di questa occupazione è stata l’inclusione dei rom del campo nomadi di Centocelle che, sotto minaccia di sgombero, si è avvicinato a questo esperimento di autogestione partecipando alle manifestazioni e facendo sentire la loro voce. Così una collettività da sempre abituata a regole proprie ha iniziato a fare i conti con una realtà più complessa, accettando i necessari compromessi.

La-sala-delle-feste-tra-gli-altri-i-recenti-interventi-di-Giovanni-Albanese-e-Gianfranco-Scribone-ph.-Giorgio-BenniE fin qui, pur con la variabile rom, sembra una normale storia di occupazioni. Ma un giorno, alla porta della città meticcia, arriva a bussare Giorgio De Finis, antropologo, artista e regista, accompagnato dal collega film maker Fabrizio Boni. È il 2012 e il primo progetto artistico in cui Metropoliz si imbatte riguarda la realizzazione del documentario Space Metropoliz (online le puntate)“per ridare voce al sogno, giocando sull’impossibile”. L’impossibilità di avere una casa e di chiedere la luna …

mg_4694Il film coinvolse i primi street artist che incominciarono a segnare le pareti e, da allora, gli artisti hanno continuato ad arrivare lasciando la loro impronta, i loro segni che arricchiscono lo spazio mentre la vita, sempre un po’ meno precaria, va avanti. Dallo Space Metropoliz è nato MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove, dove per  “Altro” si intende la “città meticcia”, come la definiscono gli stessi abitanti, in continua evoluzione, e per “Altrove” l’intenzione di “continuare a mantenere le diversità perché sono un valore”.

Anche gli abitanti, insieme a Francesco CareridiStalker/Osservatorio nomade, iniziarono a farsi coinvolgere nel gioco dell’arte, contribuendo alla costruzione di un razzo, l’essenziale mezzo e simbolo della conquista dell’impossibile.

14015…strano che il Maam non sia sulla bocca di tutti proprio nella sua città, a Roma, mentre richiama artisti da tutte le parti del mondo; comunque chi è interessato a conoscere meglio questa storia può andare su YouTube, cercare le puntate di Space Metropoliz , e dare un’occhiata.

14401154633_33997060ee_bNoi, per come la vediamo, siamo certi, insieme ai metropoliziani, che proprio l’arte possa essere la chiave per salvare tutto e, in una realtà come questa, vediamo germi di un futuro inclusivo, pieno di fantasia e in continuo movimento, da cui trarre ispirazione e voglia di cambiamento.

Vita o teatro?

2cd8493a0ec9c9ab288f0a76a916d8f8Proponiamo, a chi passa per Milano entro il 25 giugno, di andare a visitare una mostra fuori dai soliti parametri spettacolari. Si tratta di Vita o teatro? La storia di Charlotte Salomon ripercorsa e narrata da lei stessa attraverso una enorme quantità di pagine dipinte a tempera, di cui 800 scelte come definitive.  Nelle sale adiacenti al Palazzo Reale se ne possono vedere 270, ben esposte e documentate con chiarezza.

1403889048-jhm_04164L’autrice, che nacque a Berlino nel 1917 in una famiglia di origine ebraica, a poco più di vent’anni si trovò immersa in una realtà tragica e terribile: da un lato le persecuzioni razziali dall’altro la scoperta della vena depressiva di cui soffriva la sua famiglia e che aveva portato al suicidio la madre, una zia e la nonna. Sentì che doveva fare qualcosa di assolutamente folle oppure acconsentire allo stesso destino della sua stirpe materna. Scelse di incominciare a raccontare la propria storia, partendo dal giorno della sua nascita, e lo fece con colori, pennelli e musica.

ed5e8c4d4bb920e2974cabd25be5c085Nacque così il lungo racconto pittorico della sua vita integrato da dialoghi teatrali, intersezioni letterarie e indicazioni musicali. Pochi mesi dopo aver terminato il lavoro, nel settembre del 1943, fu arrestata dalla Gestapo e portata ad Auschwitz dove venne uccisa. Per una serie di fortunate combinazioni la sua opera le è sopravvissuta. Oggi è conservata presso il Jewish Historical Museum di Amsterdam. Per la prima volta viene esposta in Italia.

04ef549aa93cb8d0d405f6ae8e9c208cAl di là della bellezza di alcuni dei piccoli dipinti di Charlotte Salomon, l’intero lavoro merita di essere visto in quanto chiaro esempio di creatività come risorsa vitale ed è in questo senso che lo troviamo fondamentale. Utile per sollecitare nei visitatori la consapevolezza delle risorse espressive alle quali ognuno può attingere, per prendersi cura di sé e della propria vita; facendone esercizio non soltanto nei momenti più duri e drammatici Per guardare alla sofferenza attraverso linguaggi inediti che permettono di esprimere il vissuto di ciascuno per la preziosità che rappresenta.

Neti Neti

Si racconta di un vecchio che vendeva una scatola. Quando qualcuno gli chiese cosa c’era dentro lui sorridendo rispose: prendila, portala con te e non aprirla mai perchè dentro non c’è niente, ma se ne avrai cura c’è quello che cerchi.

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Che cos’è la bellezza? Cercare di rispondere non solo è difficile ma dà origine quasi certamente a un susseguirsi di luoghi comuni. E’ meglio quando la domanda rimane sottesa, come energia che permette di ricercare continuamente.

eb4c24df4f04168770cc162538d93b38Nell’Induismo, in particolare nell’Advaita Vedanta, c’è un’espressione sanscrita – Neti Neti – che significa nè questo, nè quello. La si trova nelle Upanishad e nell’Avadhuta Gita. Riflettere in forma meditativa su questa negazione può aiutare a comprendere la natura dell’unità cosmica da cui tutto procede.  Se pensiamo la bellezza come quell’unità, troviamo in nè questo, nè quello la possibilità di stare senza risposta e lì sostare.

 16Col titolo Neti Neti, al sito www.filippocarli.com, si può vedere un filmato girato in India che offre interessanti spunti per proseguire in questa riflessione.

 

 

La parte non mediocre della vita

AJ21Dell’internazionale situazionista e dei situazionisti generalmente si sa poco. Il loro carattere è stato così sovvertitore che, dopo vari cambiamenti, nell’arco di una quindicina d’anni hanno chiuso I battenti. Nati nel luglio del 1957 nel retro di un bar nel paesino ligure di Cosio d’Arroscia si auto-sciolgono a Parigi nel 1972.

Si erano proposti di inventare i giochi di una nuova esistenza, di ampliare la parte non mediocre della vita. Si sono scontrati con la potenza del mercato che già in quegli anni aveva la capacità di assorbire al suo interno, traendone profitto, anche il gesto più sovvertitore.

AD00435_10Abbiamo già avvicinato questo movimento con la figura di Pinot Gallizio. Vogliamo dire qualcosa di più su questo gruppo formato da persone che, più di quaranta anni fa, avevano molto chiara la deriva che il mondo dell’arte stava prendendo insieme a tutto il resto delle cose.

Nella loro breve vita si sono spostati dall’ambito delle avanguardie aristico-letterarie  a quello più ampio della critica rivoluzionaria e tra i personaggi più rappresentativi al loro interno è fondamentale ricordare, oltre al già citato Gallizio, il fondamentale Guy Debord, di origine francese e il danese Asger Jorn.

jeg_hader_solskinTra i concetti cardine del movimento è quello sul potenziale rivoluzionario del tempo libero. Dicevano: la classe dominante riesce a servirsi del tempo libero che il proletariato rivoluzionario le ha strappato, sviluppando un vasto settore industriael del dopolavoro che è un incomparabile strumento di abbruttimento del proletariato con sottoprodotti dell’ideologia mistificatrice e dei gusti della borghesia. Nel tempo libero un’ occupazione suggerita era  senz’altro quella di esplorare le città vagando senza meta, lasciandosi guidare dall’ambiente circostante oppure seguendo giochi psicogeografici come l’esplorazione di un luogo seguendo la mappa di un’altro. Il fine di queste “ricerche” era gettare le basi per la costruzione di un ambiente che permettesse uno stile di vita liberato, più alto e più piacevole.

Asger-Jorn-The-Flying-Dutchman-1959-Image-via-petzelcomNonostante gli errori, l’internazionale situazionista è forse stata il più importante tentativo collettivo di costruire una critica alle nuove forme di dominio che si sono create negli stati capitalisti avanzati dal dopoguerra in poi. Una critica rivoluzionaria al passo con l’avvento del consumismo dove la società dello spettacolo teorizzata da Guy Debord è diventata sempre più di sconcertante attualità.

Interessante è domandarsi quale “eredità situazionista” sia ancora spendibile e come.

Lasciamo, per chi fosse interessato ad approfondire, la lettura della Breve Storia dell’Internazionale Situazionista nella piccola edizione della casa editrice Nautilus e la visita alla casa-museo di Asger Jorn in quel di Albisola nella provincia di Savona (previo telefonata all’ufficio per il turismo).

Le immagini che fanno da corredo al nostro breve testo riproducono opere di Jorn.

 

 

 

 

 

Ricostruire il mondo

4   I guitti, 1956Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso Guseppe “Pinot” Gallizio (Alba, 1902 – 1964) entra a far parte del “mondo dell’arte” e lo fa in maniera assai anomala: ha già cinquant’anni e non frequenta i luoghi deputati, quelli dove c’è fermento artistico. A quell’epoca Milano e Parigi. Lui vive ad Alba, fa il farmacista ed è consigliere comunale. Da lì non si sposta. Cerca di trarre energia dalla sua terra, l’energia necessaria a liberare l’essere umano.

6   Morte di un pidocchio viaggiatore, 1956E con Pinot Gallizio Alba diventa un crocevia importante dell’arte europea. Nel 1954 con Asger Jorn dà vita al Laboratorio Sperimentale del Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista (MIBI) con sede proprio nella sua casa. Nel 1957 a Cosio di Arroscia partecipa alla fondazione dell’Internazionale situazionista, che nasce dalla fusione del movimento lettrista con il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, insieme a Guy Debord, Michèle Bernstein, Asger Jorn, Constant Nieuwenhuys, Walter Olmo, Piero Simondo, Elena Verrone, Rulph Rumney.

5   58oc18_origDa Alba passano tutti gli spiriti liberi dell’epoca, ma anche gente commune e gli artisti anti-accademici interessati alla sperimentazione, individuale e collettiva, che è di casa nel laboratorio di Pinot. Il suo percorso che giocoforza non può essere lineare, sarà sempre lucido e ben documentato con fotografie e diari. La sua arte è conseguenza della vita e la necessità è quella di ricostruire il mondo. Non c’è moralismo e non si insegna niente a nessuno: si sperimenta perchè in questa modalità si vede l’unico modo per ridestare gli artisti.

Pinot-Gallizio-ad-AlbaGallizio non può accettare una società dove le persone sono convinte di lottare per la loro emancipazione mentre invece lottano per essere serve quindi, come uomo e come artista, cercherà di combattere direttamente il “sistema dell’arte” proponendo la pittura industriale, così chiamata perchè prodotta a ritmi industriali. Riempiendo enormi rotoli di tela di una quantità svariata di materiali le opera vengono poi vendute a metri, oppure usate per confezionare abiti o tende. L’idea era quella di attaccare il dogma della preziosità dell’opera d’arte attraverso la sovrapproduzione. Il gesto libero, caratteristico dell’arte informale, veniva portato alle estreme conseguenze.

Sul finire degli anni ’50 una serie di mostre a Torino, Milano e Parigi offrono la possibilità di un buon successo commerciale perchè, nonostante le loro migliori intenzioni, i lavori dei situazionisti piacciono all’establishment. Il gruppo prova a spiegare ciò come un tentativo di difesa da parte del mondo dell’arte, un tentativo di comprare la rivoluzione. Il loro contrattacco è quello di quadruplicare il prezzo delle opere. Ma, come diceva  Debord, tutte le avanguardie vengono riassorbite dal sistema e perdono il loro potenziale rivoluzionario. Perciò egli auspicava la creazione di situazioni , la costruzione concreta di momentanei ambienti di vita  e la loro trasformazione in momenti di una qualità passionale superiore. Le situazioni vengono viste come l’opposto dello spettacolo che è la forma di vita alienata imposta dal capitalismo avanzato.

1336756411bAd ogni buon conto, anche se l’intento ultimo distruttivo di Pinot Gallizio non riuscì, la sua figura rimane di primaria importanza in quanto strumentale alla presa di coscienza di un necessario superamento dell’informale e di un’apertura verso le successive tendenze del novecento. Arte per lui era vedere la vita come gioco, gesto libero, spontaneo, liberatorio … sino a quando, suo malgrado, non diventa stanca riproposizione. Allora ritorna al quadro, ad un segno più interiore, intimo. Arriva alle monocromie. La riduzione ad un unico colore che copre tutto ha per lui il significato di arrivare ad uno spazio libero, su cui poter ricostruire. Poi ricopre di nero ogni cosa, nero che inghiotte colori e cose per ricominciare ad andare verso l’ignoto ancora una volta.

Una meteora. Muore a soli sessantadue anni.

 

 

 

 

 

 

 

Musaba

nik-spatariLocride, terra di Calabria, territori italiani ricordati il più delle volte per brutte storie legate alla ‘ndrangheta, la mafia calabrese. Per questo, perché vivere laggiù cercando di costruire e diffondere cultura è cosa molto più difficile che altrove, è importante ricordare il lungo lavoro dell’artista “visionario” Nick Spatari e della sua compagna Hiske Maas, che ha portato alla creazione di MU.SA.BA – Museo Santa Barbara -  in località Mammola, provincia di Reggio Calabria.

MUSABAUn’ area che si sviluppa attorno ai resti di un antico complesso monastico del X secolo: un museo all’aperto, un presidio attivo, un parco laboratorio produttivo dove si ha la possibilità di rilevare la presenza di differenti tipologie di presenze che sono state conservate e restaurate e che costituiscono un unicum di rilevante interesse ambientale.

cultura_01Nik Spatari, oggi ottantasettenne, è di origini calabresi. Nelle sue opere dice di tentare l’unione tra sogno e realtà, mito e scienza, saggezza e follia e, grazie all’energia forse derivata dall’unione di tutti questi elementi, negli anni ha restaurato, costruito, creato e dato vita – nonostante tutte le difficoltà e gli impedimenti che si possono ben immaginare – a una fondazione  che colleziona opere di artisti contemporanei, organizza eventi, ospita giovani per periodi di formazione artistica e molto altro.

Si tratta di un museo, di una fondazione, di un parco ma, soprattutto, si tratta di grande impegno civile che promuove turismo culturale innovativo, che oppone resistenza al malaffare creando arte e getta luce su una parte del sud del nostro paese altrimenti  oscura e bistrattata.

Un sito web ricco di immagini e documentazioni storiche  può essere visitato per conoscere e  approfondire.

http://www.musaba.org/home/

Quello che facciamo siamo noi

Impronte-bimbiLa conversazione che riportiamo qui di seguito è accaduta tra i bambini/e di una 5° classe della scuola elementare di Giove, un piccolo paese in provincia di Terni. Registrata e trascritta dal loro maestro, Franco Lorenzoni, si trova pubblicata nel libro, edito da Sellerio, I bambini pensano grande/ Cronaca di un’avventura pedagogica che ha per autore lo stesso maestro.

Leggerla ci ha riportato alla freschezza originaria e all’autentico significato che il dibattito artistico dovrebbe avere, anche per chi è ormai adulta/o. Ringraziamo per questo i bambini e le bambine di Giove, in primo luogo Mattia da cui è partita l’idea:

“Mi piacerebbe fare arte perché a me piace tanto disegnare, perché mi piace farmi un autoritratto. Secondo me l’arte è quando esprimi le emozioni e non ti esprimi solo con i colori, ma anche con il disegno. Il disegno è te che non sei te. Significa che sei te che lo disegni e se lo disegni è qualcosa di te. E’ come se mi tolgono un pezzo di me”.

 scoprire la propria creatività. corsi di pittura creativa per bambini e adultiMARIANNA: Se uno dipinge è come se si levasse un pezzo di lui e lo mette nel dipinto.

FRANCESCA: Nella nostra fantasia ci viene un fiore, noi lo mettiamo ed è un pezzo di noi, perché la fantasia è un pezzo di noi.

SIMONE: Se facciamo un autoritratto è tutto, non solo un pezzo.

MATTIA: Tu gli vuoi bene a quel disegno perché l’hai fatto te, sei orgoglioso, quindi è come se ti tolgono un pezzo di cuore e lo mettono lì.

FRANCO: Ma questo vale solo con l’autoritratto?

MATTIA: Non è solo se tu lo disegni, è se ci credi che, automatico, ti si toglie un pezzettino di te e va denttro il disegno, perché ci sei affezionato.

FRANCO: Chi è che te lo toglie?

MATTIA: Il disegno.

FRANCO: Allora il disegno è una cosa viva.

MATTIA: E’ vivo fin quando lo stai facendo, poi dopo si invecchia sempre di più e alla fine muore.

FRANCO: Ma noi vediamo disegni e dipinti di moltissimi anni fa.

MATTEO: Sì, quelli che abbiamo visto agli Uffizi erano veri.

SIMONE: Mattì, possono passare pure cento anni e un disegno resta vero.

FRANCO: Lui non diceva vero, diceva vivo.

MARIANNA: Se è così, quando il pittore muore, muore anche il disegno.

IRENE: Però il disegno c’è ancora, non è che va via.

VALERIA: Quando ci metti impegno il disegno prende vita, poi muore perché ne devi fare un altro e ci metti ancora più impegno.

LORENZO: Secondo me anche la scrittura è viva, perché quando scrivi dai il pensiero delle parole sulla scrittura e la scrittura è viva.

FRANCESCO: Secondo me Mattia più o meno ci ha ragione, quando fai un autoritratto è come se levi un pezzo del cuore e lo metti nel disegno.

IRENE: Puoi fare anche una casa e c’è un pezzettino di te.

ERIKA: Anche se tu fai una cosa semplice, dipingi un cielo con degli uccelli che passano, tu comunque ci metti tutta la tua immaginazione, ci metti sempre qualcosa di te.

FRANCO: Ci sono pitture di secoli fa che ancora ci emozionano.

VALERIA: Sì, perché è come se da un dipinto nasce una storia.

GRETA: Quando fai una cosa e la fai volentieri ci metti sempre una parte di te, in qualsiasi cosa, anche quando scrivi.

IRENE: Rispetto a quello che diceva Mattia, a noi ci parla un disegno, ma se il pittore è morto a lui non parla più.

FRANCESCA: Per me il dipinto non muore.

LORENZO: Quando dipingi un quadro e ci metti qualcosa di tuo, tu vivi ed anche il quadro, da quel pezzetto è come se gli nascesse l’anima.

FRANCESCA: Ma come fa a morire una cosa?

MATTEO: Un foglio muore quando diventa giallo.

MATTIA: Veramente muore qualche altra cosa. Per fare un foglio muore l’albero, perché è dall’albero che viene il foglio.

4366a46e8003b32892aef704d91476a3FRANCESCA: Secondo me è vivo un quadro, perché quando l’hai fatto sembra che è uscito fuori e ti guarda.

FRANCO: Allora un quadro è vivo quando ti guarda?

VALERIO: Quando tu fai un disegno poi il pittore non muore, va solo dentro il disegno.

FRANCO: Ma questo succede sempre o solo con la grande arte?

VALERIA: Secondo me sempre, perché comunque, quando tu ci metti la fantasia, poi comunque è come se il disegno ti dice che il disegno ha bisogno del pittore e, se lui muore per aiutare il disegno che sta dentro, prendono vita.

IRENE: La foto di Raffaello, il suo autoritratto, sembra che ti guarda e tra un po’ esce dal ritratto e ti parla.

FRANCO: Quella di Raffaello è una pittura in realtà, tu hai detto foto…

LORENZO: Quello che ha detto Valeria, che quando un pittore muore va dentro al quadro, secondo me succede solo quando c’è un autoritratto, in pratica l’anima va dentro il quadro.

ERIKA: I quadri non muoiono quando muore l’autore. Anche quando gli autori muoiono i quadri restano, come un ricordo.

IRENE: Però non è che esce fuori e ti parla. Sembra … però non è vero.

FRANCO: Nell’arte succedono cose strane.

LARA: Per me se muore il pittore non è che muore anche il quadro.

VALERIA: E’ come se quello che facciamo siamo noi.

YLENIA: E’ vero, perché siamo noi che facciamo il quadro.disegno

 

 

 

Amare ancora

henrymiller_84915_8Henry Miller è noto come scrittore, soprattutto per i suoi Tropico del cancro e Tropico del capricorno, pubblicati negli anni trenta del secolo scorso. Dai suoi scritti sull’arte prendiamo spunto per ricordarlo come pittore, attività che, insieme alla scrittura, lo accompagnò tutta la vita.

Da Dipingere è amare ancora – Edizioni Abscondita, 2003

 henrymiller_54693_2A quei tempi – e sospetto che l’usanza continui ancora oggi – ci davano modelli di gesso da copiare, di solito antichi greci senz’occhi e vestali acefale avvolte in fluenti drappeggi. Oppure nature morte di vasi, con o senza fiori. Nulla poteva favorir meno l’ispirazione, pensavo allora. E lo penso anche oggi. (…) Sono certo che questa esperienza, con il senso di fallimento, o di inadeguatezza che l’accompagnava, mi fu di grandissimo aiuto. Talvolta la cosa sbagliata risulta poi esser quella giusta, e un fiasco può essere altrettanto utile, o ancor più utile, di un successo. Raramente ci accorgiamo di quanto il negativo serva a produrre il positivo, il male a far scaturire il bene.

henrymiller_17579_2(…) Quel che conta nel disegno è disegnare, bene o male, in modo giusto o sbagliato, compiutamente o sommariamente. Quel che conta, in altre parole, è lo sforzo che si compie. (…) Quasi tutti i pittori da me conosciuti con un’abilità particolare in un certo campo, mi hanno confessato di esser giunti a considerare la propria abilità come una debolezza, un pericolo, e di aver dovuto disimparare ciò che sapevano o credevano di sapere.

(…) Che cos’è la pittura allora? Ovviamente è mille cose diverse per mille individui diversi. Come un libro, una scultura, una poesia. Un dipinto ti parla, un altro non ti dice nulla. (…) Quel che ci accade quando si guarda un quadro può essere totalmente diverso da ciò che l’autore voleva che accadesse. (…) Dipingere significa amare ancora. Soltanto quando si guarda con gli occhi dell’amore si vede quel che il pittore vede. E il suo è un amore libero da ogni senso di possesso.

(…) Vedere non è semplicemente guardare. Si deve guardare e vedere. Vedere dentro e intorno. (…) Non passa forse, la maggioranza di noi, attraverso la vita quasi fosse cieca, sorda, insensibile? Ora, via via che studiavo la fisionomia dell’oggetto, la sua superficie, il suo linguaggio, entravo nella sua vita, nella sua storia, nel suo scopo, nella sua relazione con altri oggetti, e tutto conttribuiva a rendermelo più caro. (…) Anche a me stesso penso come a un vecchio oggetto, qualcosa di molto usato, molto sballottato, consumato e levigato dall’uso e dall’abuso. Qualcosa di utile, oserei dire.

5196c7ff3b340.image(…) I soli artisti ai quali cedo sempre il passo sono i bambini. Per me i quadri dei bambini stanno alla pari con quelli dei sommi maestri. (…) Il lavoro di un bambino non mancherà mai di affascinare, di esercitare un richiamo, perché è sempre onesto e sincero, sempre imbevuto di quella magica certezza sgorgata dalla spontanea, diretta conoscenza delle cose. (…)

12f4a689cee4665e4f319e2823612a7cSì, dipingere è amare ancora, vivere ancora, vedere ancora. Levarsi al primo fiorire del giorno per lanciare uno sguardo furtivo agli acquerelli fatti il giorno prima, o persino poche ore prima, come lo sguardo furtivo lanciato all’amata immersa nel sonno. (…) Dipingere è amare, e amare significa vivere in pienezza. Ma quale tipo di amore, quale genere di vita si può trovare in un “vacuum” ingombro di tutti gli aggeggi possibili e immaginabili, di qualsiasi gadget per far soldi, di tutti i più recenti comfort, di tutti gli inutili oggetti di lusso? Per vivere e amare, e per esprimere vita e amore nella pittura, occorre avere un’autentica fede. (…) Un buon artista deve avere in sé un briciolo di follia, se per follia s’intende un’eccessiva incapacità di adattamento.

(…) Ciò che nutre un artista è lo sguardo d’amore negli occhi dello spettatore. Non il denaro, né le relazioni utili, né le mostre, né le recensioni lusinghiere. (…)

 

Zoologia profetica

 

Non esiste una sola realtà, un solo sguardo.

Vedere le cose da diverse prospettive è un modo proficuo per entrare a patti col mondo,

con il nostro stare al mondo.

 e57f4be6af529d23aa93a7ef4a3f145aUomini come cibo: titolo di una mostra che si è tenuta a Milano nel 2015 (dal 18 giugno al 30 settembre), anno in cui il cibo la faceva da padrone ovunque per via del grande baraccone di Expo che si diceva impegnato sulla questione. Invece, ribaltando la prospettiva del tema, le quaranta opere in mostra mettevano al centro un bestiario fantastico di creature che si cibano di uomini.

12420588384_72dae26012_bIn questa ottica visionaria gli uomini, da esseri dominanti, si trasformano in oggetti di consumo, mentre gli animali divengono divoratori, incarnano le paure di chi li ha disegnati e assumono una funzione salvifica, diventando meccanismo proiettivo di difesa della loro fragilità nelle relazioni con il mondo reale.

Il riscatto sociale dallo stato di assedio in cui spesso si ritrovano i giovani artisti inizia dall’esorcizzare la paura, lasciando affiorare potenti e immaginifici esseri zoomorfi che divengono i loro protettori e i loro giustizieri.

elefante_raroAbbiamo trovato questa prospettiva estremamente interessante perché noi esseri umani mai prendiamo in considerazione la possibilità di essere quello che siamo, cioè animali di cui altri animali si possono cibare. E perchè no? Siamo pur sempre carne, ci farebbe bene ricordarlo, ci ridimensionerebbe un po’ visto che, nel nostro delirio d’onnipotenza, abbiamo completamente rimosso la questione. Forse ci potrebbe anche salvare. Le ragioni che hanno portato i ragazzi dell’Atelier dell’Errore - un laboratorio d’arti visive nato 14 anni fa come complemento all’attività clinica della neuropsichiatria infantile di Reggio Emilia e Bergamo da un progetto di Luca Santiago Mora – a creare i loro animali hanno poco a che fare con il nostro pensiero ma pensiamo che fra le loro motivazioni ci possa stare, si possa aggiungere anche questa.

errore1Abbiamo letto che i disegni che riempivanolo spazio di via Monte di Pietà – disseminati in ordine sparso sui cinque piani di un edificio in apparente stato di abbandono – sembravano occupanti clandestini che invitavano i visitatori a fare un viaggio partendo dalle cavità sotterranee per poi, attraverso mare e terra, raggiungere il cielo in una stratificazione che sembrava stabilire un apparente ordine biologico fra le varie specie fantastiche. Un viaggio emozionale e immaginario in grado di suscitare in ogni visitatore molteplici proiezioni personali.

Il Cammello Purpureo di Correggio 1Disegni grandi che si sviluppano su diversi fogli uniti tra loro da semplici nastri adesivi. Scatole di legno povero che li evidenziano e sottolineano la loro presenza.

Leone_ArrabiatoDa quella mosta è nato un libro, l’Atlante di zoologia profetica, (stampato da Corraini in collaborazione con la collezione Maramotti di Reggio Emilia) che, oltre a riprodurre i disegni, si propone come riflessione multidisciplinare sull’arte e sulla particolarità ed eccezionalità del lavoro dei ragazzi dell’Atelier. Scrittori, poeti, psicoanalisti, critici d’arte, religiosi, intellettuali si sono interrogati sulle immagini e sulle parole di queste opere che creano un gioco di corrispondenze e tessiture continue tra linguaggio e figurazione.

837a1d7b-c940-44a0-ace6-9fab332051b5_xlDicono che le bestie stesse sono frutto di un errore, dicono che quelle bestie lì sono quelle che non hanno dato retta a Noè e non ci sono volute salire in quell’Arca venuta su in mezzo al deserto, o sono arrivate in ritardo, come sempre, come a scuola.”

 

 

 

Visioni sciamaniche


pabloamaringo-dot-com - 04“ E’ così che la natura parla, dato che nella natura c’è Dio e Dio ci parla nelle nostre visioni. Quando un ayahuasquero beve il suo infuso vegetale, gli spiriti si presentano a lui e spiegano ogni cosa.”

ila-pablo-amaringoAscoltando le storie di Carlos, mi familiarizzai gradualmente con alcuni dei personaggi della mitologia ashaninca.(…) Si riferiva a esseri invisibili, chiamati maninkari, che si trovano in animali, piante, montagne, corsi d’acqua, laghi e in certi cristalli, e che sono fonti di conoscenza: “ I maninkari ci insegnano come filare e tessere il cotone e come confezionare i vestiti. In precedenza i nostri avi vivevano nudi nella foresta. Chi altro avrebbe potuto insegnarci a tessere? E’ così che nacque la nostra intelligenza ed è così che noi indigeni della foresta sappiamo come tessere”.

llullon-llaki-supai-pablo-amaringo(…) scoprii che Carlos non si era inventato storie fantasiose. Al contrario mi stava fornendo elementi concisi delle principali credenze cosmologiche della sua cultura, come fu ampiamente documentato da Weiss negli anni ’60: gli Ashaninca credono nell’esistenza di spiriti invisibili detti maninkari, letteralmente “coloro che sono nascosti”, ma che possono essere visti ingerendo tabacco e ayahuasca. Vengono anche chiamati ashaninca, “nostri compagni”, dato che si ritiene che siano gli avi con i quali si è imparentati. Dato che questi maninkari sono sono anche presenti in piante ed animali, gli Ashaninka vedono se stessi come appartenenti alla stessa famiglia di aironi, lontre, colibrì e così via, che sono tutti “perani ashaninka”, nostri compagni in tempi lontani.

pablo-amaringo-pinturas-46Queste poche righe sono tratte da Il serpente cosmicoil DNA e le origini della conoscenza, scritto dall’antropologo Jeremy Narby e pubblicato dall’editore Venexia nel 2006. Il libro racconta del soggiorno di Narby in Amazzonia e delle sue affascinanti scoperte sugli inaspettati riscontri tra le visioni indotte dall’uso sciamanico delle piante psicotrope e le scoperte della biologia molecolare.

transformacion-del-chaman-en-aguila-pablo-amaringoJeremy scrive: “Nel corso delle mie allucinazioni avevo imparato cose importanti: ad esempio che sono solamente un essere umano, che sono intimamente legato alle altre forme di vita, e che la vera realtà è più complessa di quanto i nostri occhi ci inducano a credere”.

E così termina: “ Tutto considerato, la saggezza richiede non solo l’indagine di molte cose, ma anche la contemplazione del mistero.”

yana-yacumama-pablo-amaringoPer chi ha a che fare col mondo della visione, cioè con la pittura, libri di questo genere non sono di poco conto e per questo l’abbiamo introdotto. Inoltre alcuni ayahuasqueros – sciamani che fanno uso della sacra liana per “connettersi” con gli spiriti di tutto ciò che vive nell’universo – hanno raccontato le loro visioni dipingendo. Uno di questi, Pablo Amaringo, ha raggiunto una certa fama e dei suoi dipinti sono stati raccolti in un volume: Visioni con l’ayahuasca – l’iconografia religiosa di uno sciamano peruviano, curato dall’antropologo Eduardo Luna il quale, fornendo una miniera di informazioni sullo sciamanesimo amazzonico, contestualizza i cinquanta dipinti di Amaringo. Ne proponiamo alcune riproduzioni e rimandiamo chi fosse particolarmente interessato, al materiale di varia qualità, che si può reperire su internet ma che spesso finisce nel calderone di una pittura psichedelica per noi poco interessante.