Arte e Natura

arte rupestre
Volendo parlare di natura intendiamo riferirci a un concetto e a una realtà di natura intera, alla quale apparteniamo e di cui siamo fatti. Vogliamo parlare di una natura che ci costituisce e ci mette in relazione con il resto della natura, tutto ciò che, insieme a noi, compone quel che c’è sulla terra dove viviamo. Madre natura qualcuno l’ha chiamata.
Volendo parlare d’arte intendiamo riferirci a quel linguaggio che ci è indispensabile da quando il bisogno di raccontare la nostra esperienza di relazione – tra la vita e la morte – incominciò a farci incidere rocce e dipingere caverne. Vogliamo parlare di arte come evoluzione storica del tentativo umano di interpretare il mondo, già da molto tempo prima dell’invenzione della scrittura; testimonianza tangibile ed emozionante della nostra epopea sulla terra.
Separando l’arte dalla natura abbiamo mutilato il nostro sentire, portando l’arte a essere creduta una professione, oppure un metodo, mentre è solo un modo di esistere. Cessando di rispecchiare il movimento reale della vita essa è divenuta ricerca astratta di linguaggi fini a se stessi, cedendo la determinazione di sé nelle mani del mercato. E’ accaduto di recente, da quando le ultime avanguardie hanno finito di raccontare la loro idea. Cinquant’anni passati come niente, nei quali quel filo di unità che, immagine dopo immagine, ci riportava all’inizio della nostra storia, si è interrotto. Si cerca di far finta di niente ma la frattura c’è stata ed il dolore è tanto. Siamo rimasti senza visioni, ed è sempre stata la visione del mondo che l’arte ha espresso a far grandi le opere, in ogni tempo.
Di questo intendiamo parlare su questo blog e, pian piano, lo faremo raccogliendo tutto il materiale di cui siamo capaci. Lo faremo per l’amore grande che nutriamo nei confronti degli esseri umani e della loro poetica bellezza raccontata attraverso l’espressione artistica di sé. Abbiamo intenzione di farlo perche di questi tempi, più che mai, pensiamo di averne bisogno. Continua a leggere

Salvator mundi

Versione 2
Siamo al nove di gennaio e, come si dice, son finite le feste. E’ finito quel periodo dell’anno che, per i più, si risolve in grandi mangiate e, nonostante tutto, corse agli acquisti. Periodo in cui la vittoria del consumo su ogni altro senso – ottundere i sensi si dice – la fa da padrone fino ai minimi termini.

Nella tradizione religiosa cristiano-cattolica – sorretta da una chiesa che da millenni recita la sua parte di comodo per mantenere intatto il potere che si è conquistata – questo sarebbe il tempo in cui, ricordando la nascita di un profeta chiamato Gesù, si riflette sulla nascita, cioè sulla venuta alla luce. Si potrebbe riflettere anche sull’abitudine che la vita ha di morire e rinascere, dunque sulla ciclicità e infatti non è casuale se questo periodo, alle nostre latitudini, coincide con le feste sostiziali di pagana memoria.

Ma, secondo chi scrive, mai come oggi, nei tempi a cui siamo giunti, il messaggio di quell’uomo così importante nella nostra tradizione occidentale, è reso pura apparenza, bellezza di facciata atta a nascondere ben altro dio: quel denaro su cui ormai si gioca la vita e la morte.

Questo breve pensiero “post-natalizio” va a rinfrescare un fatto accaduto circa alla metà di novembre dell’anno appena terminato: si tratta della vendita, organizzata dalla britannica casa d’aste Chriestie’s, per 450 milioni di dollari (circa 380 milioni di euro) di una tela attribuita alla mano di Leonardo da Vinci che raffigura il salvatore del mondo. Salvator mundi – recita il titolo in latino – che pare abbia battuto ogni record di vendita.

Intorno all’opera e alla sua autenticità – cioè a dire: è stato realmente dipinto solo da Leonardo oppure il grande maestro ci ha messo mano insieme ai pittori che lo aiutavano a bottega? Se non addirittura: non è possibile invece che sia stato eseguito completamente dalla sua bottega che, come è risaputo, quando ancora il maestro era in vita, poteva rilasciare riproduzioni degli originali del maestro e talvolta anche spacciare qualche quadro come autografo? – c’è stata a quanto pare una certa diatriba perché la tela risulta alquanto rovinata e quindi più difficile da autenticare con certezza.

L’operazione di mercato congeniata intorno a questo quadro – l’opera d’arte diventa un prodotto; quindi anche un capolavoro conta solo se riesce a fare rumore mediatico – l’ha presentato come un nuovo riscoperto capolavoro leonardesco (pare che in realtà fosse conosciuto già da tempo) e la sua apparizione è stata studiata con cura attraverso una massiccia campagna pubblicitaria che ha previsto esposizioni in giro per il mondo (con un totale di circa 27.000 visitatori) compresa la National Gallery di Londra in una recente mostra su Leonardo da Vinci a cui è seguito il gran finale della vendita all’asta.

Lasciamo perdere questo aspetto della questione sul quale, per chi fosse interessato, c’è molto materiale reperibile nel web, e veniamo al dunque. A noi interessa mettere insieme il soggetto rappresentato nel quadro e quell’esorbitante quantità di denaro. Ci interessa rendere evidente come questo accadimento mostri la sostituzione che si è lentamente operata e che oramai trionfa nella nostra società portandola allo sfacelo: colui che ha indicato la strada della salvezza e, con l’esempio di vita, mostrato il modo per percorrerla (che sia realmente esistito ormai pare acclarato, ma anche se fosse personaggio mitico, le cose non cambierebbero) ha smesso da tempo di influire sulle coscienze e la sua immagine/oggetto viene venduta per una cifra con la quale noi gente comune non sappiamo nemmeno fare i conti.

In questo caso si tratta del Messia ma è ogni immagine o idea che abbiamo chiamato dio – mettendo lì dentro il meglio della nostra capacità di esistere in relazione tra noi e il resto del mondo – che ormai da tempo è stata sostiuita dalla divinità denaro che tutti noi adoriamo anche senza accorgercene.

Siamone consapevoli, poi sciegliamo come proseguire. Quella sfera, in fondo, è nelle nostre mani.fullsizeoutput_55d

 

 

 

 

 

 

 

1917

quadrato neroCi sono stati periodi, durante la storia, in cui si è molto sognato.

L’inizio del 1900 è stato uno di questi e ha coinciso con un’incredibile fioritura artistica.

Ricorrono cento anni dalla Rivoluzione Russa e qua e là si leggono articoli. Tra questi uno su il Manifesto dell’otto novembre, a cura di Arianna Di Genova, ha reso bene l’atmosfera creativa dell’epoca, i suoi sogni, appunto, e il suo veloce declino.

Rimangono le opere, gli scritti, la memoria di cui è importante fare tesoro perché i sogni tornano e le speranze non possono morire. Così si modifica la realtà, lentamente, con grandi sommovimenti e a piccoli passi, se non ci si dimentica che abbiamo il diritto e il dovere di migliorare lo stato delle cose.

Le parole che seguono sono una sintesi dell’articolo di cui appena detto.

o-construtivismo-russo-suprematismo-e-de-stijl-4-638Quando si coniugano Rivoluzione Russa e Avangiardie bisogna tenere presente che artisti e letterati precedettero e nutrirono, con la ricchezza delle loro intuizioni, il “mondo nuovo” proclamato dai tumulti bolscevichi. In un certo senso gli aprirono la strada. Chi con scritti venati di spiritualismo, chi progettando mobili e ambienti, chi risvegliando il folklore, chi cospargendo tutto col disincanto dei tempi: nessuno aspettò i moti di piazza.

Nell’universo artistico nel 1917 era già accaduto quasi tutto.

Ma la vera novità della rivoluzione fu che l’intelligencija del momento fu scelta per dirigere le più importanti istituzioni pedagogiche e per dare un’impronta estetica alla rappresentazione della società che andava germogliando.

E la sperimentazione andò davvero al potere.

Lenin durante il suo mandato – fino al 1929 – cercò di favorire il desiderio di libertà degli artisti, distribuendo cariche a Majakovskij, Tatlin, Rodchenko.

La cultura russa era in fermento, una fucina di progetti. Nella scuola statale d’arte di Mosca si lavorava insieme, gli atelier erano gratuiti, gli studenti eleggevano i docenti, le decisioni si prendevano discutendone in assemblea.

In quegli anni prima del 1921 vennero costruiti ben trentasei musei e la Russia fu il primo paese al mondo ad esporre le sue collezioni di arte astratta.

Presto però quell’organizzazione “dal basso” finì nel caos e a prendere le redini di una nuova scuola più “regolata” fu Kandinskij che, a modo suo, fiancheggiò gli ideali rivoluzionari. Quale fu il problema? Fu che ben presto suprematisti, costruttivisti e seguaci di Kandinskij cominciarono a litigare, furiosamente.

kandiWassilij Kandinskij – considerato troppo “spirituale” – finì col prendere la strada dell’esilio in Germania, dove Gropius gli offrì un posto da insegnante alla scuola del Bauhaus, e le lotte intestine furono vinte dai costruttivisti guidati da Tatlin.

Servirsi dei mezzi moderni di produzione e liberare gli esseri umani dalla schiavitù del lavoro era la parola d’ordine; l’architettura il pilastro fondante per l’avvento di una società migliore. Però soldi non ce n’erano e la maggior parte dei progetti rimasero sulla carta.

Malevic all’inizio aveva incarnato la rivoluzione insegnando a Vitebsk (scalzando Chagall) e con i suoi allievi realizzava spettacoli, feste popolari, mostre, programmi radiofonici, decoravano i tram e preparavano striscioni per gli scioperi. Gli operai li chiamavano per dipingere pareti nelle fabbriche e negli uffici con l’arte astratta del suprematismo. Durò poco, il collettivo fu accusato di essere una setta e all’artista fu revocato l’incarico.

realismo socialistaGià nel 1922 il governo incominciava a spianare la strada per quello che sarà poi il Realismo Socialista. Scopo: rappresentare le gesta dell’armata rossa e la vita quotidiana del popolo. Le fantasticherie astratte potevano restarsene in soffitta.

Suprema inattualità

Tullio-Garbari-Paesaggio-Animato-1915-16-ca-olio-su-tela-cm-40x40Lo scorso mese di agosto a Rovereto (TN) presso Casa Depero è stata ricordata con una mostra la figura poco nota di Tullio Garbari, pittore nato a Pergine in Valsugana nel 1892 e morto giovane nel 1931.

Madonna della paceCi attrae una pittura che con quelle figure massicce – un’umanità colonnare, è stato detto – simbolicamente ricerca qualcosa di originario e primordiale, qualcosa che si avvicina al religioso esprimendo, – come gli ex voto che egli amava – attraverso le immagini, una sorta di ringraziamento.

garbari165Nato in montagna, in una zona che a quel tempo stava sotto la dominazione asburgica, si è sempre definito retico, ovverosia discendente di quei Reti che erano popolazioni etrusche in terra padana e questo è per dire di una personalità composita, fatta di timidezza e coraggio, bontà e ostilità, di un uomo burbero e poetico che cercava di comprendere il suo tempo. ritrattoScriveva:

Così il poeta reso ostile a tutti/ si rincammina per le proprie terre/ ove egli trovi, ove ritrovi il seme/ rigermogliare/ e dove venga alfine rispuntare/ le buone piante sotto stele inclini.

garbariCercava la buona pianta, il bello riunito al bene.

Cattolico, fu influenzato dal pensiero del filosofo Jaques Maritain dal quale aveva ricavato un concetto che gli calzava alla perfezione, quello di maladresse, goffaggine; perché, come diceva il filosofo, lo “spirituale” può ben essere maldestro.

depostoCi ricorda Rousseau il Doganiere, non tanto nella rappresentazione della natura e degli animali, piuttosto nella figura umana, nei ritratti; ma Garbari era più mistico, legato alla luce della sua terra d’origine, a una pittura che gli serviva da tramite per acchiappare il sogno e la speranza di un’umanità rigenerata.

Suprema inattualità la sua, in molte opere soprattutto a tema religioso,  inattualità che la luce – sempre tersa, cristallina –  e   il candore inaspettato della materia  rendono però praticabile e attraente per autenticità, come la sua goffaggine.san Tommaso

Ricordarsi ancora

Il-poeta-News-1124x1124Abbiamo partecipato, nel teatro sociale di Gualtieri, al viaggio sulle tracce della vocazione artistica di Pietro Ghizzardi guidato da Silvio Castiglioni, davvero bravo nel suo essere narratore e interprete della figura di quell’uomo, umile e incolto, che trovò nella pittura la vita e il senso della propria vita. Una necessità: quella di esprimersi, di affermare la propria esistenza attraverso l’arte e, dopo una vita di esclusione, trovare un veicolo di comunicazione con l’umanità.

Martora-1965-tecnica-mista-su-cartone-44x795Pietro Ghizzardi visse nelle stesse campagne della bassa reggiana, lungo il Po, che furono di Ligabue e Zavattini. Personaggi assai differenti ma in risonanza con la sua poetica, con un mondo contadino fatto di tradizioni e superstizioni ormai lontane, finite, che resistono attraverso la narrazione epica del suo Mi richordo anchora, romanzo popolare in forma autobiografica, composto dallo stesso Ghizzardi, che Einaudi pubblicò nel 1976.

ghizzardi leone TerrAmare-defPietro Ghizzardi, come Ligabue, per lungo tempo fu incluso nella cerchia dei pittori naif; oggi viene rivalutato come artista contemporaneo a pieno titolo.

Al di là delle definizioni che, secondo noi, lasciano sempre il tempo che trovano ci interessa introdurlo nel nostro blog come espressione del senso di una vita. Una figura per la quale dipingere era “sentirsi vivo”, semplicemente sentire di esistere. In questo crediamo stia il cuore dell’arte, la necessità ultima.

db7b9d1eea3c60bd6ad48f0b992001ee_origCi piace riportare, oltre ad alcune immagini, le parole con cui Cesare Zavattini introdusse il libro di Ghizzardi :

C’è un uomo nella Bassa sui settant’anni che si chiama Pietro Ghizzardi ed è un grande uomo. Ma da parecchio prima che cominciasse a dipingere e a far parte della trinità padana dei naifs, Ligabue, Rovesti e lui. La pittura non c’entra per il tipo di grandezza cui mi riferisco, essendo grande perché ha sofferto grandemente, perché è stato umiliato grandemente e nelle pagine di questo libro con qualche accento profetico domanda: « Fino a quando continuerete a fare questo?».
Io lessi le sue memorie quando erano in boccio e dissi: « Corro subito ad abbracciarlo ». Poi non corsi ad abbracciarlo, passò del tempo, si dimentica, questa è la vita, e si onora purtroppo più facilmente un artista che un uomo.
Lo incontrai dopo la prima mostra luzzarese dei naifs al pranzo invernale dopo la mezzanotte, diventato ormai rituale, tutti avevamo trovato il nostro posto a tavola e Ghizzardi no. Ricordo ancora che se ne stava in piedi in un angolo con la paura di disturbare, sdentato, il paletò abbottonato male.32547-Pietro_Ghizzardi_Gianni_Berengo_Gardin_1975_ca_Casa_Museo_Pietro_Ghizzardi_1_

Nostalgia ferita

giacometti 1Alberto Giacometti, artista svizzero vissuto nella prima metà del novecento, è figura che si dice di “chiara fama”. Nel web si può trovare davvero molto riguardo la sua figura e il suo lavoro. Sicuramente non sono altrettanto note le parole a lui dedicate da Eugenio Borgna nel libro La fragilità che è in noi (Einaudi, 2014) e che riportiamo in parte.

Un invito ad avvicinarci con altro sguardo.

giacometti4Le sue figure, i suoi dipinti, le sue sculture, che sfidano il trascorrere impetuoso del tempo, sono immagini ed emblemi di diafana fragilità. Sono opere nelle quali la fragilità della condizione umana si rivela nella sua indicibile immediatezza e nella sua straziata fenomenologia, e ci richiama alla nostra debolezza e alla nostra frantumabilità esistenziale, alla nostra incorporeità e alla nostra inconsistenza materica. giacometti 3Sono figure che vivono in un tempo e in uno spazio che non sono quelli pietrificati della quotidianità ma quelli della metamorfosi, della vertigine del cambiamento, della infinitudine mai spenta , e mai interrotta, degli sguardi e dei volti. Sono figure che testimoniano di una nostalgia ferita, e che ci portano al di là dei confini del nostro io, della nostra soggettività, immergendoci nelle sconfinate regioni della intersoggettività.

giac 8(…) figure creatrici di stupore e di smarrimento (…) che ci trascinano nelle voragini della fragilità della condizione umana: così dolorosamente trafitta dalle ombre del silenzio e della solitudine, della inafferabilità e del mistero.

Alberto-Giacometti-Busto-di-Diego-1956La fenomenologia del volto e degli sguardi, della loro disincarnata fragilità, non hanno solo a che fare con l’emozione estetica ma anche con la folgorante intuizione della vita lacerata dal dolore (…) tema senza fine del volto e dello sguardo: colti e descritti nella loro fugacità e nella loro inconsistenza, nella loro evanescenza (…) la decostruzione del corpo, che rinasce dalle sue sculture e dai suoi disegni, conferma una fragilità insondabile e i suoi impetuosi sconfinamenti verso l’epifania dell’etereo e dell’invisibile, del mistico e dell’indicibile.Giacometti3_HUMA3

Il pescatore di perle

“Disegno ciò che riposa, si muove, sale, matura, cade.

Modello frutti che riposano, nuvole che vagano e salgono, stelle che crescono e cadono,

simboli della trasformazione eterna della pace infinita”. (Jean Arp)

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 Un blog che si pone come obiettivo l’offrire frammenti di riflessione e approfondimento su un tema vasto come quello del rapporto tra arte e natura doveva, prima o poi, arrivare al pensiero espresso da una figura poliedrica come quella di J. W. Goethe (Francoforte 1749 – Weimar 1832) e ad un artista quale Hans/Jean Arp che a quel pensiero non fu certo indifferente.

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Di Goethe sono gli studi raccolti col titolo La metamorfosi delle piante (Guanda, 1983) che suggeriamo come lettura guardando, in parallelo, al lavoro artistico di Arp la cui opera – in consonanza col pensiero goethiano – è segnata proprio dalla ricerca di un’essenza spirituale della realtà, quale essa è, al di là delle forme concrete in cui solitamente si manifesta. Essenza che, secondo l’artista alsaziano, non riusciamo a cogliere, al di fuori della creazione artistica, perché la nostra percezione è abituata a muoversi soltanto nel mondo delle forme concrete, perdendo la capacità di andare oltre il livello della realtà materiale.

arp 2Quando ci troviamo ad analizzare una parte … ci aspetta ancora la fatica di conoscere come la parte appartenga al tutto, si legge all’inizio, nell’introduzione a La metamorfosi delle piante.  La materia – dice Goethe – è il prodotto della forza e del movimento, e la natura è una totalità dinamica che pur rinnovandosi conserva la sua unità.  (…) L’accordo con il tutto rende ogni creatura ciò che essa è … E così, di nuovo, ogni creatura è solo un suono, una sfumatura di una grande armonia. (…) Questa fusione dinamica della dimensione soggettiva con quella oggettiva ha un nome, si chiama formazione (bildung), è il divenire della forma, è la forza della metamorfosi. (…)  Goethe è mosso dalla necessità di stabilire le relazioni tra un regno della natura e un altro, tra il mondo della natura e quello dell’arte, cercando le analogie che possono condurre alla formulazione di una legge che abbracci il tutto (…) La natura non ha sistema, essa ha vita, essa è vita e sucessione da un centro ignoto verso un confine non conoscibile. (…) nella natura tutto è eternamente presente, e il problema scientifico della metamorfosi diviene la comprensione della trasformazione dell’identico, il cogliere l’eterno nel divenire. Ma la continua formazione contiene anche in sé la tragicità della perdita e la speranza della rinascita che unite si presentano nella ciclicità cosmica della vita della natura come nascita, morte e rinascita. (…) lo studio della natura non costruisce strutture interpretative ideologiche, ma è un’educazione che rivela e fa parlare i fenomeni stessi.

arp 5Con spirito affine Arp scriveva: “Disegno ciò che riposa, si muove, sale, matura, cade. Modello frutti che riposano, nuvole che vagano e salgono, stelle che crescono e cadono, simboli della trasformazione eterna della pace infinita” e forse non ci sono parole migliori per descrivere la sua arte. Così come nella grande scultura in bronzo del 1953 chiamata Berger des nuages/Pastore di nuvole (figura sotto) possiamo immaginare l’artista stesso che, come il pastore fa con le nuvole nei campi del cielo, seppe nutrire e condurre in salvo polimorfe bellezze, segreti, stelle, piume, lune e folletti … le perle di cui andare a pesca in un mondo devastato dalla guerra dei suoi tempi, e non  solo.

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Hans/Jean Arp (Strasburgo,1886 – Basilea, 1966), mantenendo sempre una pacifica e coerente autonomia individuale, partecipò a molte delle avanguardie artistiche europee che, nel primo ventennio del secolo scorso, in rapida successione, presero vita e si esaurirono per dissidi interni o perché travolte dalla guerra e dai nascenti totalitarismi. Fu tra i componenti del  Blaue Reiter a Monaco, del periodico Der Sturm, dei gruppi Dada di Zurigo e Colonia e partecipò al movimento surrealista di André Breton nato all’inizio degli anni ‘20 dalle ceneri di Dada.

9-fondation-arpE’ anche qui, nel surrealismo, che si trova un nodo fondamentale della scultura di Arp, la ragione di quel biomorfismo e continuo andamento germinativo delle sue creature basato sul sentire una sorta di parentela nascosta, una continuità tra le varie forme del naturale che esiste veramente, non è solo una forma interpretativa a posteriori prodotta dalla nostra intelligenza, e che fonda la parentela amorosa – da recuperare – tra noi e le cose della natura.

arp 9Una vicinanza per cui i nostri occhi sono stelle, il sangue scorre nelle vene come l’acqua nei fiumi e nei ruscelli, come la linfa nei rami degli alberi. Analogie, simpatie: i confini tra le forme e i viventi, così come tra i linguaggi e i piani di lettura, sono polimorfi, instabili e precari.

Questa forse l’interpretazione da dare a una poesia di Arp del 1933, L’aria è una radice, che vale citare come rivelatrice della poetica della sua scultura:

 “les pierres sont remplies d’entrailles. bravo.

bravo. les pierres sont remplies d’air.

les pierres sont des branches d’eaux.

sur la pierre qui prend la place de la bouche

pousse une feuille-arête. bravo.

une voix de pierre est tête à tête et pied à pied

avec un regard de pierre.

les pierres sont tourmentées comme la chair.

les pierres sont des nuages car leur deuxième

nature leur danse sur leur troisième nez.

bravo. bravo.

quand les pierres se grattent des ongles

poussent aux racines. bravo. bravo.

les pierres ont des oreilles pour manger l’heure

exacte”.

 

 

 

 

 

 

Raccontare un mondo. Africa

Quale avvenire per la nostra arte?

Quale avvenire per la nostra arte in un mondo dove gli artisti viventi sono per la maggior parte oppressi? … una sola soluzione. Sta nell’essere accettati in Francia. Sembra che un artista accettato in Francia sia senza dubbio accettabile nel mondo intero. E chi dice Francia dice il Museo d’Arte Moderna.  Sì, ma …questo Museo d’Arte Moderna non è razzista???

fullsizeoutput_4c5Questa frase è riportata in un quadro dove sono rappresentati Picasso, prodotti dell’artigianato africano (maschere in legno, un vaso) e quello che ai nostri occhi sembra avere l’aria del ricco mercante.

E’ risaputo come il famoso artista spagnolo abbia attinto linfa vitale dall’arte africana, cioè da tutte quelle meravigliose opere che nel loro luogo d’origine nessuno chiama “arte” perché la parola non esiste, perché nascono dalla vita e ne sono parte intrinseca. Sono state sua legittima fonte d’ispirazione. Il mercante che ha capito come gira il mondo è diventato ricco vendendo l’ artigianato della sua gente agli europei amanti delle opere tribali …  anche questo – si può dire – sfruttamento dell’Africa; certo non il peggiore.

fullsizeoutput_4cbFino all’undici settembre al Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano è possibile visitare la mostra: AFRICA. Raccontare un mondo.  Dove le opere di 33 artisti, di generazioni differenti, ci sottopongono le loro ricerche visuali e narrative per comprendere i vari volti di una nazione.

fullsizeoutput_4c3L’arte africana contemporanea pone questioni essenziali – politiche, economiche, religiose e di genere – che riguardano il presente e il futuro di uno fra i continenti più complessi del nostro pianeta, ma anche il nostro, di europei chiamati alla resa dei conti dopo secoli di colonizzazione e sfruttamento selvaggio.

fullsizeoutput_4c0Abbiamo fotografato la suggestiva istallazione dell’artista camerunense Barthelemy Toguo – Strada dell’esilio – composta da una barca di legno piena di fagotti che naviga in un mare di bottiglie di plastica; e alcune delle maschere africane contemporanee che Romuald Hazoumè, artista originario del Bènin, crea riciclando  perlopiù taniche di plastica. Si tratta di materiale di scarto onnipresente nel suo paese in cui spesso è utilizzato per trasportare riso al confine con la Nigeria dove viene scambiato, al mercato nero, con benzina. Recupero di materiali usati che comunque mantiene evidente un forte legame con la tradizione Yoruba (Famosi per la loro abilità come scultori oggi gli Yoruba costituiscono l’elite della società nigeriana e beniniana).

fullsizeoutput_4c9Solo pochi esempi di un’esposizione, non grandissima, ma che mostra molto altro per cui una visita attenta vale la pena.

rivelazioni nel quotidiano

Inness George - Lake Nemi - 1872
La bellezza dipende dal non visto, il visibile sopra l’invisibile.

(Georges Inness)

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Quello che vediamo dipende da quello che non vediamo. Inness la chiamava la realtà del non visto – la verità spirituale di una persona. Dio è nascosto, ma questo non lo rende assente. Trovarlo non significa per forza vederlo. C’è un collegamento tra il vedere e l’essere ciechi. Come quando c’è nebbia, e certe cose o certi colori diventano importanti. Si tratta della potenziale rivelazione nel quotidiano.

(…) Ecco la mia versione, più pedestre: conoscere se stessi significa dimenticare chi si è.

 sunsetatetretat1875Grazie al libro da cui è tratto il brano riportato ( Elizabeth Brundage, L’apparenza delle cose.  Boringhieri ed.) – un romanzo noir dove non ci saremmo mai aspettati di leggere d’arte – abbiamo conosciuto il pittore paesaggista statunitense George Inness, vissuto tra il 1825 e il 1894.

George Inness - Harvest MoonDi lui abbiamo scoperto che soggiornò molte volte in Europa stringendo rapporti familiari con i pittori della scuola di Barbizon  - in particolare modo Camille Corot  - e che il suo lavoro fu influenzato soprattutto dal pensiero del teologo settecentesco Swedemborg per cui i fenomeni ottici non sono bellezze prive di simbolo, ma ai suoi occhi appaiono come segni del linguaggio di Dio che parla attraverso la natura.

hb_67.55.145Visione estremamente romantica del rapporto uomo/natura sulla quale, comunque, e coi dovuti aggiornamenti, vale sempre la pena riflettere.

Invito ad approfondire la scoperta  di un pittore  poco conosciuto dalle nostre parti e, per quanto inusuale su queste pagine, alla lettura di un buon libro.

Altitudine

Ognuno di noi ha bisogno della bellezza così come ha bisogno del pane,

ha bisogno di luoghi di gioco e di preghiera,

dove la natura può esplicare il suo effetto curativo e rinvigorire allo stesso modo corpo e anima.

(John Muir)

Finetodesign_MMM-Messner-Mountain-Museum_03Da quando montagne e mari son diventati meta per il turismo di massa molti luoghi vanno perdendo irrimediabilmente il loro spirito. Come se, ormai abbandonati dagli dei, il loro potere si andasse estinguendo.

Montagne e mari sono da sempre stati luoghi di vita per molte genti che, confrontandosi con una natura spesso difficile, se non addirittura ostile, hanno individuato i modi possibili per sopravvivere, con atteggiamento di scambio e rispetto per l’ambiente che li circondava. Gente di mare e gente di montagna che hanno dato vita a culture tra loro molto affini anche se dislocate in parti diverse del pianeta.

Ci sono persone poi che scalano le montagne e altre che attraversano i mari, coloro che nel confronto coi luoghi per noi meno adatti cercano di superare i loro limiti. Forse, a volte, per trovare sè stessi.

MMM-CORONES-incrustado-sobresale-Inexhibit_CLAIMA20150805_0105_39Alla montagna Reinhold Messner ha dedicato la costruzione di sei musei – dislocati in posti speciali del nostro territorio alpino – con l’esplicita intenzione di creare sensibilità riguardo ai pericoli che la montagna e la sua gente stanno correndo. Ne abbiamo visitati due – Corones, situato sul Plan de Corones, a 2275 m. di altezza e Ripa, nel castello di Brunico – trovandoci a vivere esperienze diverse e complementari sia per quel che riguarda il contenuto ma anche per i contenitori.

Finetodesign_MMM-Messner-Mountain-Museum_0WWIl primo, dedicato all’alpinismo tradizionale, è collocato su un altopiano circondato da una “corona” di montagne magnifica. Un luogo unico, che si dovrebbe poter raggiungere soltanto a piedi (almeno in estate) per essere maggiormente toccati da tanta immensità. Certo, al museo ci andrebbe meno gente, all’ingresso non si formerebbero code, ma il senso di quel che all’interno viene raccontato acquisterebbe forza e anche la bellissima struttura architettonica, dopo un po’ di fatica, desterebbe più stupore.

21104934604_94dd73a303_bAd ogni modo, mentre le aperture sull’esterno inquadrano Dolomiti e Alpi, il materiale collezionato a Corones è dedicato alle grandi figure dell’alpinismo, ricco di pensieri che invitano a riflettere sulle molte motivazioni che spingono noi esseri umani alle imprese più ardue insieme ad una discreta collezione di quadri rappresentanti vette e cime.

image_manager__zoom_mmm-ripa-cuillandre-2012.03_kleinIl secondo, all’opposto, è ubicato in un castello a pochi passi dal centro cittadino. Tratta infatti della vita e della cultura della gente che abita le regioni montane; che siano Alpi, Himalaya, Ande, Africa … le diversità messe in luce trovano molti punti in comune nella ricerca dell’essenziale necessario. Un museo ricco di oggetti d’uso quotidiano e di opere d’arte che sottende l’invito a fare della vita un percorso di conoscenza interiore. Forse un’opera d’arte.

image_manager__zoom_mmm-ripa-cuillandre-2012.04_kleinQuel che non abbiamo visitato ci avrebbe parlato del ghiaccio (Alla fine del mondo – presso Solda, alle pendici dell’Ortles) della roccia (Il museo delle nuvole – nel vecchio forte sul monte Rite) e al mito della montagna, cioè l’importanza della montagna nella spiritualità di molte popolazioni (Castel Juval nella zona di Bolzano).

image_manager__content_20140402_042_foto_giuseppe_ghedinaOvviamente, per chi ne vuole sapere di più, sul web si trovano una gran quantità di dettagliate informazioni.

Il superamento del limite

collage8481Più volte ci siamo occupati di art- brut, quella forma espressiva che nasce fuori dalle norme estetiche convenzionali, dove la preoccupazione della concorrenza, l’acclamazione e la promozione sociale non interferiscono e, proprio per questo – come sosteneva Jean Dubuffet – è più preziosa delle produzioni dei professionisti. Una forma espressiva meno conosciuta si intreccia all’Art- brut ed è chiamata Arte ir-ritata: testimonianza di quel mondo creativo che si manifesta in situazioni estreme di coercizione (carceri, istituzioni manicomiali, case di riposo ecc.)  e che diventano cura di sé, forza per continuare a vivere, fantasia per sopportare.

raugei 23816Anche molti contesti istituzionali più comuni, quali aule scolastiche, uffici, aziende, talvolta persino gli ambiti familiari, possono essere vissuti come angusti e mortificanti. Gesti creativi, forme espressive ir-ritate – cioè nate da irritazione, come immediatamente suggerisce la parola, ma anche, approfondendo etimologicamente il termine, fuori dal rito – sorgono allora per tras-portare chi le crea, per il tempo che le crea, in un altrove simbolico che diviene spazio di libertà e nuova identità. In questo senso sono esemplari i banchi e/o le porte dei bagni scolastici trasformati in espliciti luoghi di un altrove evocato che aiuta a tollerare noia e imposizioni. In maniera affine sono viste le scarabografie, la forma più comune e spontanea di dissociazione creativa, ovvero tutti quegli scarabocchi coi quali sovente vengono riempiti interi fogli di carta, ad esempio, durante poco interessanti riunioni lavorative.

arte-ir-ritata-2E’ stato il bel libro curato da Nicola Valentino per quelli di Sensibili alle foglie – L’Arte ir-ritata – che ci ha permesso di conoscere e riflettere su questo aspetto della creatività umana, caratteristica grazie alla quale, da sempre, siamo riusciti a re-immaginare e quindi re-inventare noi stessi. In virtù di questa predisposizione, abbiamo portato modifiche e cambiamenti nel mondo intorno a noi fin dalle origini più remote della nostra   esperienza come specie animale umana. Ma è interessante notare che gran parte delle zone di maggiore interesse per la presenza di arte rupestre si trova in luoghi dove l’umanità di allora ha trovato ostacoli ai suoi spostamenti. Sembra che il ritrovarsi a ridosso di queste soglie – masse oceaniche, catene montuose – abbia intensificato la produzione simbolica, come se questa avesse la possibilità di aiutare proprio nel superamento del limite.

Angelo ok807Un libro che invita a comprendere la sofferenza come “esperienza della mente che perde la sua spaziosità intrinseca” e a ragionare su tutto questo perché “forse è proprio quando persone e comunità si trovano a dover segnare il passo nel loro cammino che possono creare nuovi modi di significare il mondo, nuovi orizzonti per l’immaginario personale e sociale”. Forse questa è l’opportunità che abbiamo.