Arte e Natura

arte rupestre
Volendo parlare di natura intendiamo riferirci a un concetto e a una realtà di natura intera, alla quale apparteniamo e di cui siamo fatti. Vogliamo parlare di una natura che ci costituisce e ci mette in relazione con il resto della natura, tutto ciò che, insieme a noi, compone quel che c’è sulla terra dove viviamo. Madre natura qualcuno l’ha chiamata.
Volendo parlare d’arte intendiamo riferirci a quel linguaggio che ci è indispensabile da quando il bisogno di raccontare la nostra esperienza di relazione – tra la vita e la morte – incominciò a farci incidere rocce e dipingere caverne. Vogliamo parlare di arte come evoluzione storica del tentativo umano di interpretare il mondo, già da molto tempo prima dell’invenzione della scrittura; testimonianza tangibile ed emozionante della nostra epopea sulla terra.
Separando l’arte dalla natura abbiamo mutilato il nostro sentire, portando l’arte a essere creduta una professione, oppure un metodo, mentre è solo un modo di esistere. Cessando di rispecchiare il movimento reale della vita essa è divenuta ricerca astratta di linguaggi fini a se stessi, cedendo la determinazione di sé nelle mani del mercato. E’ accaduto di recente, da quando le ultime avanguardie hanno finito di raccontare la loro idea. Cinquant’anni passati come niente, nei quali quel filo di unità che, immagine dopo immagine, ci riportava all’inizio della nostra storia, si è interrotto. Si cerca di far finta di niente ma la frattura c’è stata ed il dolore è tanto. Siamo rimasti senza visioni, ed è sempre stata la visione del mondo che l’arte ha espresso a far grandi le opere, in ogni tempo.
Di questo intendiamo parlare su questo blog e, pian piano, lo faremo raccogliendo tutto il materiale di cui siamo capaci. Lo faremo per l’amore grande che nutriamo nei confronti degli esseri umani e della loro poetica bellezza raccontata attraverso l’espressione artistica di sé. Abbiamo intenzione di farlo perche di questi tempi, più che mai, pensiamo di averne bisogno. Continua a leggere

Il superamento del limite

collage8481Più volte ci siamo occupati di art- brut, quella forma espressiva che nasce fuori dalle norme estetiche convenzionali, dove la preoccupazione della concorrenza, l’acclamazione e la promozione sociale non interferiscono e, proprio per questo – come sosteneva Jean Dubuffet – è più preziosa delle produzioni dei professionisti. Una forma espressiva meno conosciuta si intreccia all’Art- brut ed è chiamata Arte ir-ritata: testimonianza di quel mondo creativo che si manifesta in situazioni estreme di coercizione (carceri, istituzioni manicomiali, case di riposo ecc.)  e che diventano cura di sé, forza per continuare a vivere, fantasia per sopportare.

raugei 23816Anche molti contesti istituzionali più comuni, quali aule scolastiche, uffici, aziende, talvolta persino gli ambiti familiari, possono essere vissuti come angusti e mortificanti. Gesti creativi, forme espressive ir-ritate – cioè nate da irritazione, come immediatamente suggerisce la parola, ma anche, approfondendo etimologicamente il termine, fuori dal rito – sorgono allora per tras-portare chi le crea, per il tempo che le crea, in un altrove simbolico che diviene spazio di libertà e nuova identità. In questo senso sono esemplari i banchi e/o le porte dei bagni scolastici trasformati in espliciti luoghi di un altrove evocato che aiuta a tollerare noia e imposizioni. In maniera affine sono viste le scarabografie, la forma più comune e spontanea di dissociazione creativa, ovvero tutti quegli scarabocchi coi quali sovente vengono riempiti interi fogli di carta, ad esempio, durante poco interessanti riunioni lavorative.

arte-ir-ritata-2E’ stato il bel libro curato da Nicola Valentino per quelli di Sensibili alle foglie – L’Arte ir-ritata – che ci ha permesso di conoscere e riflettere su questo aspetto della creatività umana, caratteristica grazie alla quale, da sempre, siamo riusciti a re-immaginare e quindi re-inventare noi stessi. In virtù di questa predisposizione, abbiamo portato modifiche e cambiamenti nel mondo intorno a noi fin dalle origini più remote della nostra   esperienza come specie animale umana. Ma è interessante notare che gran parte delle zone di maggiore interesse per la presenza di arte rupestre si trova in luoghi dove l’umanità di allora ha trovato ostacoli ai suoi spostamenti. Sembra che il ritrovarsi a ridosso di queste soglie – masse oceaniche, catene montuose – abbia intensificato la produzione simbolica, come se questa avesse la possibilità di aiutare proprio nel superamento del limite.

Angelo ok807Un libro che invita a comprendere la sofferenza come “esperienza della mente che perde la sua spaziosità intrinseca” e a ragionare su tutto questo perché “forse è proprio quando persone e comunità si trovano a dover segnare il passo nel loro cammino che possono creare nuovi modi di significare il mondo, nuovi orizzonti per l’immaginario personale e sociale”. Forse questa è l’opportunità che abbiamo.

la vita è creatività

KM-101.173_kleinQuale legame intercorre tra arte e agricoltura?  Ce lo siamo chiesti e ne abbiamo fatto un articolo che è uscito, un po’ in disparte, tra le righe della Casella Postale di “A rivista anarchica” in questo mese di giugno.  Lo riportiamo tale e quale.

Arte genuina e clandestina

 Sulle pagine di questa rivista si è parlato più volte della “comunità in lotta per l’autodeterminazione alimentare” che si fa chiamare Genuino Clandestino. Diversi gli articoli su esperienze in atto in zone diverse d’Italia e nel 2015 la recensione al libro uscito per quelli di Terra Nuova Edizioni: Genuino Clandestino. Viaggio tra le agri-culture resistenti ai tempi delle grandi opere.

Da quando scrissi quella recensione ad oggi mi è capitato di fare amicizia con alcune persone che hanno scelto di vivere del lavoro contadino e che, per poterlo fare con dignità, hanno scelto di rimanere completamente fuori dal mondo del grande commercio alimentare ed essere quindi clandestini, come provocatoriamente amano definirsi, visto che nessuno è meno clandestino di chi vende i suoi prodotti in piazza e invita a visitare i propri luoghi di lavoro a garanzia della genuinità del suo prodotto.

Incrociando a questa realtà molti altri pensieri e passioni un giorno mi son detta che era possibile formulare l’ipotesi: Arte sta al mondo-mercato dell’arte come Genuino Clandestino sta all’agrobusinnes. Infatti paragonare l’arte all’agricoltura può sembrare assurdo soltanto a prima vista, a uno sguardo frettoloso che proceda mettendo ogni cosa, separata dall’altra, nel suo classificatore. In realtà entrambe producono beni essenziali per la nostra vita, entrambe hanno a che fare con la bellezza, entrambe sono vittime del medesimo disgraziato destino che sta alterando alla radice la loro fisionomia.

AgricolturaSappiamo bene che, originariamente, non esistevano né arte né agricoltura ma solo esseri umani mossi da bisogni e creatività, che vivevano in relazione alla terra dalla quale ricavavano sostentamento, e sulla quale lasciavano tracce del loro passaggio.

Credo sia importante andare a ritroso nel tempo per comprendere e poter ragionare su cose per noi così essenziali come cibo e arte; per trovare il valore originario di ciò che permette la nostra vita, quel che sta al principio e la cui distruzione sta causando danni irreversibili. Possiamo farci le stesse domande che si è fatto l’archeologo Emmanuel Anati nel corso dei suoi studi e, ad esempio, chiederci cosa rivela l’arte dei primordi sulla natura stessa dell’arte, intesa come fenomeno che coinvolge l’intera specie umana? Se l’essere umano dipinse ed incise sulle pareti rocciose da quando gli si attribuisce il carattere di sapiens e lasciò le sue impronte, sotto forma di arte rupestre, negli angoli più remoti dei cinque continenti, questo straordinario proliferare di arte visuale cosa ci racconta della nostra stessa essenza? (1)

800px-Algerien_5_0049Se l’essere umano ha vissuto per epoche intere di caccia e raccolta e solo la degenerazione relativamente recente ha trasformato la piccola primordiale agricoltura in bisogno di accumulo per colmare ansia di sicurezza e brama di potere, questo che cosa ci racconta?

Non cerco di guardare indietro come a una sorta di paradiso perduto – che oltretutto paradiso probabilmente non era – ma se quello che caratterizza la nostra contemporaneità è proprio la possibilità di attingere a un bagaglio immenso di conoscenza, e poi di tessere i fili che attraversano le esperienze, la storia e la preistoria da cui quella conoscenza è scaturita, perché non farne buon uso, perché non imparare, perché non interrogarci e fare di quel particolare tipo di intelligenza che ci caratterizza come homo sapiens evoluto il volano per invertire la rotta? Non sto dicendo novità, voglio solo mettere accenti e sottolineare il bisogno di unire le esperienze che ci fanno vivere; di dar valore al pane insieme alle rose, tanto per usare una metafora e rifarmi a una vecchia amata canzone.

Parlando di cibo la storia sembra abbastanza semplice, con l’arte le cose si complicano un po’. Allora vorrei provare a dare un’occhiata – seppure sommaria – alla storia del concetto di arte per notare come si sia andato formando e trasformando solo nel corso del tempo più recente, quello che, per intenderci, alle nostre latitudini facciamo partire dall’antichità greca e latina. Lo stesso concetto prima era inesistente.

Il termine a quel tempo stava a significare la conoscenza delle regole mediante le quali si era in grado di produrre un oggetto ed era sicuramente più vicino a ciò che oggi chiamiamo artigianato. Infatti si dice ancora per un lavoro manuale ben eseguito che è stato fatto “a regola d’arte”.

Brevissimamente possiamo quindi dire che le prime “classificazioni dell’arte” iniziarono nel periodo greco ellenistico (dal 323 a.C. al 31 a.C. per avere un’idea in termini di tempo), si definirono maggiormente nel Medioevo (arti comuni, arti liberali) e fu soltanto nel corso del Rinascimento che la condizione sociale degli artisti migliorò a tal punto da contribuire a separarli dagli scienziati e dagli artigiani.

E’ nella prima metà del 1700 che il filosofo tedesco Baumgarten conia il termine estetica, mentre, verso la fine del medesimo secolo, i concetti di bello e di arte incominciarono a essere messi in discussione fino ad arrivare, con il Novecento, a far diventare il termine stesso di arte un concetto aperto in cui potevano confluire varie sfaccettature e definizioni. Si arriva così alla storia dell’arte più recente e alle cosiddette “avanguardie artistiche” che hanno avuto l’obiettivo di trasformare, più o meno radicalmente a seconda dei casi, le stesse finalità dell’arte. Ma anche quel tempo è finito e – citando Francesco Porzio dal suo Manifesto per un’arte futura – oggi ci tocca un’epoca dove “i professori del contemporaneo usurpano le forme che artisti degni di questo nome avevano impiegato con la saggezza del primitivo e la maturità del bambino e le utilizzano per esprimere il nulla con l’irresponsabilità dell’adulto civilizzato e la puerile volgarità delle accademie di ogni tempo. Essi non immaginano neppure la forza della creazione perché tutto ciò che hanno saputo fare, ancora una volta, è stato trasformare la libertà in un sistema di convenzioni”. (2)

9213753Le forme dell’arte sono usurpate tanto quanto è cambiato il nostro rapporto con il cibo e la terra da cui esso nasce. Centinaia di migliaia di anni ci hanno visto vivere relativamente liberi, fino a quando ebbe inizio quella che viene chiamata “rivoluzione neolitica” (reperti più antichi la fanno risalire al decimo millennio a. C.) portando una modifica radicale al nostro tipo di alimentazione insieme al sistema sociale delle comunità. Da nomadi e socialmente poco strutturati diventammo sedentari, dando origine ad agglomerati di grandi dimensioni che si costituirono in villaggi e città. Gli esempi più noti di società agricole neolitiche organizzate sono le città sumere, la cui nascita segna anche il passaggio dalla preistoria alla storia.

176A5_019_01Con gli insediamenti stabili e la coltivazione aumentò la popolazione, di conseguenza iniziarono la divisione del lavoro e le prime forme di amministrazione politica/commerciale. Fu in quel periodo che l’ambiente naturale iniziò a essere manipolato unicamente a favore della specie umana.

Da quel momento a oggi, dove il cibo è stato trasformato in merce sempre uguale in tutto il mondo, completamente staccato da come, dove e da chi viene prodotto, è stato un lungo passo dopo passo di dodicimila anni. Quello che mettiamo nel nostro piatto è diventato un bene indifferenziato – commodity, si dice in gergo – qualcosa di cui c’è richiesta, ma che viene offerto sul mercato senza differenze di qualità. Petrolio, grano, caffè, cellulari… sempre di merce si tratta.

pop-art-878x400Ci fu un tempo in cui qualcuno, più o meno furbescamente tentò la provocazione, mercificando in infinite riproduzioni volti famosi accanto a barattoli di zuppa che finirono – venduti a caro prezzo come opere d’arte – a far bella mostra di sè sulle bianche pareti dei salotti intellettuali. Era l’epoca della Pop-art, ultimi giri di giostradi un’arte che in buona parte ha continuato soltanto a rispecchiare il vuoto che la circonda.

1Più di una voce insiste nel dire che l’esperienza umana è, quasi sicuramente, arrivata a toccare il limite di non ritorno. O si coglie l’opportunità di cambiamento una volta per tutte o ce la vedremo brutta. L’occasione è ora, per ripensare ogni cosa, mettendosi in gioco, facendo tesoro dell’esperienza passata.

Sull’etichetta della passata di pomodori di un amico che affianca al suo marchio quello di Genuino Clandestino c’è scritto: “E’ più sana una pagnotta confezionata in un grande stabilimento agroalimentare o una pagnotta di farina di grano biologico impastata a mano dal contadino di fiducia? Per noi non c’è paragone ma per qualcun altro sì. Genuino Clandestino è una campagna che denuncia una serie di norme ingiuste che equiparando i prodotti contadini trasformati a quelli delle grandi industrie li rende fuori legge. Aiutaci a cambiare le cose.”

575484_401770403248046_1197678425_nAllo stesso modo, il mondo sembra pieno di artisti e poeti, ma in realtà è molto difficile trovare qualcuno che viva in modo poetico e artistico; la grandezza di un’opera non sta nell’astuzia delle forme o nel cinismo delle parole, bensì nella concezione del mondo che essa esprime, visto che l’arte non è un metodo o una professione, ma il modo di esistere di un essere umano.

Ma “perduto ogni discernimento, l’arte è stata data in affidamento al denaro, e queste sono le sue coerenti scelte. Ma il denaro fa terra bruciata intorno a sé. Come nell’osceno spettacolo dei media, a cui l’arte attuale si ispira, rimane un solo sentimento autentico: il desiderio di successo travestito da gesto creativo. L’arte di oggi è l’arte delle veline e delle facce rifatte, la sua estetica chirurgica è l’estetica del successo.( … ) Noi ci guardiamo attorno e vediamo infinite bolle di vuoto che aleggiano in un’atmosfera di vacua irresponsabilità. Irresponsabile e vacua è l’attuale politica e l’attuale società d’irresponsabili veleni  e di vacui consumi, così come irresponsabile e vacua è l’arte che tale società esprime.” (3)

 Se in un altro tempo – questa volta passato da poco come è stato quello della mia gioventù che gridava nelle piazze degli anni ’70 – il “nemico” aveva i volti di una classe sociale, oggi si sa bene che chi ha vinto, mischiando molto le carte, si è confuso nei mille volti del mercato che non guarda in faccia nessuno. E’ da lì che bisogna stare fuori, con attenzione con molta forza e con determinazione, che si producano pane, parole o tele dipinte, la sostanza non cambia. E’ più che necessario stare fuori da un mondo il cui potere si basa su immagini vendute al posto della realtà, dove perfino l’oggetto più insulso può essere trasformato in opera d’arte e il cibo peggiore troneggiare all’ipermercato.

La vita è creatività ed è lontana distanze infinite dagli scaffali illuminati e dai riflettori. Sta in luoghi occasionali, decentrati, inventati e ricercati ostinatamente insieme a tutti coloro che, piano piano, stanno andando a formare i fili di una immensa tela nella quale, secondo la strategia del ragno, prima o poi ciò che non ha senso finirà imprigionato.logo-terra-bene-comune-2

1)   Emmanuel Anati, Arte Rupestre. Il linguaggio dei primordi, Capo di Ponte (BS), Edizioni del Centro Camuno di studi preistorici, 1994.

2)   Francesco Porzio, Sfratto! Ovvero: Manifesto per un’arte futura, Milano, Casa editrice Libera e senza Impegni, 2011.

3)    Francesco Porzio, op. cit.

 

 

dell’altro e dell’altrove

839426Cosa succede se delle persone si insediano in un ex salumificio perché hanno bisogno di una casa e poi arrivano degli artisti che intendono raccontare e valorizzare questa azione? Succede che col tempo lo spirito dell’arte si allarga fino a coinvolgere tutti, abitanti e visitatori, alimentando la convinzione che proprio l’arte possa essere la chiave per salvare tutto. E’ cominciata così, nel marzo del 2009, con un’occupazione sulla Prenestina al civico 913, periferia est di Roma, la storia di quello che diventerà il Museo dell’Altro e dell’Altrove – MAAM – di Metropoliz e dei suoi abitanti. Ma non si può comprendere fino in fondo la realtà di questo luogo, dove l’arte salva lo spazio e lo spazio salva l’arte, senza conoscerne la storia.

maam-giorgio-benni-museo-dell-altro-e-dell-altrove-di-metropolizEra l’ex stabilimento del salumificio Fiorucci e venne occupato con un duplice scopo: quello primario di risolvere problemi abitativi per molti e come atto dimostrativo contro un colosso delle costruzioni proprietario dell’immobile. Niente è arduo per colui che vuole, Nihil difficile volenti, dice la scritta riprodotta da Pasquale Altieri che allude all’andare nello spazio e ritornare con la l.u.n.a  - incastonata tra le travi del soffitto del cortile da Massimo de Giovanni –  ma anche alla mescolanza di più lingue e culture che qui è stata proficua e non generatrice di caos. Di fatto diviene il motto del MAAM.

Massimo-De-Giovanni_L.U.N.A.Una volta era un macello. I maiali entravano vivi passando per un corridoio che si fa sempre più stretto, alla fine storditi con una pistola dalla punta di ferro e appesi per gli arti posteriori su una guidovia che procedeva verso la sala dove si eseguiva lo sgozzamento. Colato il sangue, le carcasse passavano attraverso la macchina scuoiatrice, che ricorda un autolavaggio con tanto di spatole roteanti, finché si passava all’eviscerazione.

DSCF6755Adesso sul muro di una sala c’è l’affresco della Cappella Porcina eMAAMcipazione di Pablo Mesa Cappella e Gonzalo Orquín, che rivisita il percorso dei maiali nella fabbrica, ribaltandolo dalla morte alla vita. Nella stanza adiacente, che ospitava le vasche di raccolta del sangue, le opere di Nicola Alessandrini e Vincenzo Pennacchi richiamano quello che queste pareti hanno effettivamente visto per anni.

nicola-alessandrini-new-mural-for-maam-in-rome-01La suggestione di mettere l’arte in un luogo di morte Roma l’aveva già vissuta con l’apertura della sede secondaria del MACRO/Museo Arte Contemporanea Roma, chiamata MACRO Future e situata in due padiglioni dell’ex mattatoio nel quartiere Testaccio. Ma questo, come tutti i musei, acquisisce, ordina, cataloga, conserva, comunica e soprattutto espone cultura, scienza e tecnica. Bisogna andare in certi orari, solitamente si paga un biglietto, le opere sono chiuse e protette, per cui si richiede e si alimenta un certo distacco tra chi realizza e chi osserva. Qui no, qui ci si abita.

4ae0d16918553ac5e4eeb2c05bc2ab69Torniamo al 2009. Grazie al contributo dei Blocchi Precari Metropolitani – organizzazione romana nata nel 2007 per rivendicare il diritto all’abitare – nasce Metropoliz e nell’ex stabilimento si ricavano alloggi per circa 200 persone (una sessantina di famiglie con anche tanti bambini): italiani con i peruviani, rumeni, ucraini, marocchini, comunque persone accomunate da qualcosa, senza risorse e aiuti dallo Stato, che si sono fatte guidare dall’intraprendenza dei Bpm. Particolarità di questa occupazione è stata l’inclusione dei rom del campo nomadi di Centocelle che, sotto minaccia di sgombero, si è avvicinato a questo esperimento di autogestione partecipando alle manifestazioni e facendo sentire la loro voce. Così una collettività da sempre abituata a regole proprie ha iniziato a fare i conti con una realtà più complessa, accettando i necessari compromessi.

La-sala-delle-feste-tra-gli-altri-i-recenti-interventi-di-Giovanni-Albanese-e-Gianfranco-Scribone-ph.-Giorgio-BenniE fin qui, pur con la variabile rom, sembra una normale storia di occupazioni. Ma un giorno, alla porta della città meticcia, arriva a bussare Giorgio De Finis, antropologo, artista e regista, accompagnato dal collega film maker Fabrizio Boni. È il 2012 e il primo progetto artistico in cui Metropoliz si imbatte riguarda la realizzazione del documentario Space Metropoliz (online le puntate)“per ridare voce al sogno, giocando sull’impossibile”. L’impossibilità di avere una casa e di chiedere la luna …

mg_4694Il film coinvolse i primi street artist che incominciarono a segnare le pareti e, da allora, gli artisti hanno continuato ad arrivare lasciando la loro impronta, i loro segni che arricchiscono lo spazio mentre la vita, sempre un po’ meno precaria, va avanti. Dallo Space Metropoliz è nato MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove, dove per  “Altro” si intende la “città meticcia”, come la definiscono gli stessi abitanti, in continua evoluzione, e per “Altrove” l’intenzione di “continuare a mantenere le diversità perché sono un valore”.

Anche gli abitanti, insieme a Francesco CareridiStalker/Osservatorio nomade, iniziarono a farsi coinvolgere nel gioco dell’arte, contribuendo alla costruzione di un razzo, l’essenziale mezzo e simbolo della conquista dell’impossibile.

14015…strano che il Maam non sia sulla bocca di tutti proprio nella sua città, a Roma, mentre richiama artisti da tutte le parti del mondo; comunque chi è interessato a conoscere meglio questa storia può andare su YouTube, cercare le puntate di Space Metropoliz , e dare un’occhiata.

14401154633_33997060ee_bNoi, per come la vediamo, siamo certi, insieme ai metropoliziani, che proprio l’arte possa essere la chiave per salvare tutto e, in una realtà come questa, vediamo germi di un futuro inclusivo, pieno di fantasia e in continuo movimento, da cui trarre ispirazione e voglia di cambiamento.

Vita o teatro?

2cd8493a0ec9c9ab288f0a76a916d8f8Proponiamo, a chi passa per Milano entro il 25 giugno, di andare a visitare una mostra fuori dai soliti parametri spettacolari. Si tratta di Vita o teatro? La storia di Charlotte Salomon ripercorsa e narrata da lei stessa attraverso una enorme quantità di pagine dipinte a tempera, di cui 800 scelte come definitive.  Nelle sale adiacenti al Palazzo Reale se ne possono vedere 270, ben esposte e documentate con chiarezza.

1403889048-jhm_04164L’autrice, che nacque a Berlino nel 1917 in una famiglia di origine ebraica, a poco più di vent’anni si trovò immersa in una realtà tragica e terribile: da un lato le persecuzioni razziali dall’altro la scoperta della vena depressiva di cui soffriva la sua famiglia e che aveva portato al suicidio la madre, una zia e la nonna. Sentì che doveva fare qualcosa di assolutamente folle oppure acconsentire allo stesso destino della sua stirpe materna. Scelse di incominciare a raccontare la propria storia, partendo dal giorno della sua nascita, e lo fece con colori, pennelli e musica.

ed5e8c4d4bb920e2974cabd25be5c085Nacque così il lungo racconto pittorico della sua vita integrato da dialoghi teatrali, intersezioni letterarie e indicazioni musicali. Pochi mesi dopo aver terminato il lavoro, nel settembre del 1943, fu arrestata dalla Gestapo e portata ad Auschwitz dove venne uccisa. Per una serie di fortunate combinazioni la sua opera le è sopravvissuta. Oggi è conservata presso il Jewish Historical Museum di Amsterdam. Per la prima volta viene esposta in Italia.

04ef549aa93cb8d0d405f6ae8e9c208cAl di là della bellezza di alcuni dei piccoli dipinti di Charlotte Salomon, l’intero lavoro merita di essere visto in quanto chiaro esempio di creatività come risorsa vitale ed è in questo senso che lo troviamo fondamentale. Utile per sollecitare nei visitatori la consapevolezza delle risorse espressive alle quali ognuno può attingere, per prendersi cura di sé e della propria vita; facendone esercizio non soltanto nei momenti più duri e drammatici Per guardare alla sofferenza attraverso linguaggi inediti che permettono di esprimere il vissuto di ciascuno per la preziosità che rappresenta.

Neti Neti

Si racconta di un vecchio che vendeva una scatola. Quando qualcuno gli chiese cosa c’era dentro lui sorridendo rispose: prendila, portala con te e non aprirla mai perchè dentro non c’è niente, ma se ne avrai cura c’è quello che cerchi.

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Che cos’è la bellezza? Cercare di rispondere non solo è difficile ma dà origine quasi certamente a un susseguirsi di luoghi comuni. E’ meglio quando la domanda rimane sottesa, come energia che permette di ricercare continuamente.

eb4c24df4f04168770cc162538d93b38Nell’Induismo, in particolare nell’Advaita Vedanta, c’è un’espressione sanscrita – Neti Neti – che significa nè questo, nè quello. La si trova nelle Upanishad e nell’Avadhuta Gita. Riflettere in forma meditativa su questa negazione può aiutare a comprendere la natura dell’unità cosmica da cui tutto procede.  Se pensiamo la bellezza come quell’unità, troviamo in nè questo, nè quello la possibilità di stare senza risposta e lì sostare.

 16Col titolo Neti Neti, al sito www.filippocarli.com, si può vedere un filmato girato in India che offre interessanti spunti per proseguire in questa riflessione.

 

 

La parte non mediocre della vita

AJ21Dell’internazionale situazionista e dei situazionisti generalmente si sa poco. Il loro carattere è stato così sovvertitore che, dopo vari cambiamenti, nell’arco di una quindicina d’anni hanno chiuso I battenti. Nati nel luglio del 1957 nel retro di un bar nel paesino ligure di Cosio d’Arroscia si auto-sciolgono a Parigi nel 1972.

Si erano proposti di inventare i giochi di una nuova esistenza, di ampliare la parte non mediocre della vita. Si sono scontrati con la potenza del mercato che già in quegli anni aveva la capacità di assorbire al suo interno, traendone profitto, anche il gesto più sovvertitore.

AD00435_10Abbiamo già avvicinato questo movimento con la figura di Pinot Gallizio. Vogliamo dire qualcosa di più su questo gruppo formato da persone che, più di quaranta anni fa, avevano molto chiara la deriva che il mondo dell’arte stava prendendo insieme a tutto il resto delle cose.

Nella loro breve vita si sono spostati dall’ambito delle avanguardie aristico-letterarie  a quello più ampio della critica rivoluzionaria e tra i personaggi più rappresentativi al loro interno è fondamentale ricordare, oltre al già citato Gallizio, il fondamentale Guy Debord, di origine francese e il danese Asger Jorn.

jeg_hader_solskinTra i concetti cardine del movimento è quello sul potenziale rivoluzionario del tempo libero. Dicevano: la classe dominante riesce a servirsi del tempo libero che il proletariato rivoluzionario le ha strappato, sviluppando un vasto settore industriael del dopolavoro che è un incomparabile strumento di abbruttimento del proletariato con sottoprodotti dell’ideologia mistificatrice e dei gusti della borghesia. Nel tempo libero un’ occupazione suggerita era  senz’altro quella di esplorare le città vagando senza meta, lasciandosi guidare dall’ambiente circostante oppure seguendo giochi psicogeografici come l’esplorazione di un luogo seguendo la mappa di un’altro. Il fine di queste “ricerche” era gettare le basi per la costruzione di un ambiente che permettesse uno stile di vita liberato, più alto e più piacevole.

Asger-Jorn-The-Flying-Dutchman-1959-Image-via-petzelcomNonostante gli errori, l’internazionale situazionista è forse stata il più importante tentativo collettivo di costruire una critica alle nuove forme di dominio che si sono create negli stati capitalisti avanzati dal dopoguerra in poi. Una critica rivoluzionaria al passo con l’avvento del consumismo dove la società dello spettacolo teorizzata da Guy Debord è diventata sempre più di sconcertante attualità.

Interessante è domandarsi quale “eredità situazionista” sia ancora spendibile e come.

Lasciamo, per chi fosse interessato ad approfondire, la lettura della Breve Storia dell’Internazionale Situazionista nella piccola edizione della casa editrice Nautilus e la visita alla casa-museo di Asger Jorn in quel di Albisola nella provincia di Savona (previo telefonata all’ufficio per il turismo).

Le immagini che fanno da corredo al nostro breve testo riproducono opere di Jorn.

 

 

 

 

 

Ricostruire il mondo

4   I guitti, 1956Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso Guseppe “Pinot” Gallizio (Alba, 1902 – 1964) entra a far parte del “mondo dell’arte” e lo fa in maniera assai anomala: ha già cinquant’anni e non frequenta i luoghi deputati, quelli dove c’è fermento artistico. A quell’epoca Milano e Parigi. Lui vive ad Alba, fa il farmacista ed è consigliere comunale. Da lì non si sposta. Cerca di trarre energia dalla sua terra, l’energia necessaria a liberare l’essere umano.

6   Morte di un pidocchio viaggiatore, 1956E con Pinot Gallizio Alba diventa un crocevia importante dell’arte europea. Nel 1954 con Asger Jorn dà vita al Laboratorio Sperimentale del Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista (MIBI) con sede proprio nella sua casa. Nel 1957 a Cosio di Arroscia partecipa alla fondazione dell’Internazionale situazionista, che nasce dalla fusione del movimento lettrista con il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, insieme a Guy Debord, Michèle Bernstein, Asger Jorn, Constant Nieuwenhuys, Walter Olmo, Piero Simondo, Elena Verrone, Rulph Rumney.

5   58oc18_origDa Alba passano tutti gli spiriti liberi dell’epoca, ma anche gente commune e gli artisti anti-accademici interessati alla sperimentazione, individuale e collettiva, che è di casa nel laboratorio di Pinot. Il suo percorso che giocoforza non può essere lineare, sarà sempre lucido e ben documentato con fotografie e diari. La sua arte è conseguenza della vita e la necessità è quella di ricostruire il mondo. Non c’è moralismo e non si insegna niente a nessuno: si sperimenta perchè in questa modalità si vede l’unico modo per ridestare gli artisti.

Pinot-Gallizio-ad-AlbaGallizio non può accettare una società dove le persone sono convinte di lottare per la loro emancipazione mentre invece lottano per essere serve quindi, come uomo e come artista, cercherà di combattere direttamente il “sistema dell’arte” proponendo la pittura industriale, così chiamata perchè prodotta a ritmi industriali. Riempiendo enormi rotoli di tela di una quantità svariata di materiali le opera vengono poi vendute a metri, oppure usate per confezionare abiti o tende. L’idea era quella di attaccare il dogma della preziosità dell’opera d’arte attraverso la sovrapproduzione. Il gesto libero, caratteristico dell’arte informale, veniva portato alle estreme conseguenze.

Sul finire degli anni ’50 una serie di mostre a Torino, Milano e Parigi offrono la possibilità di un buon successo commerciale perchè, nonostante le loro migliori intenzioni, i lavori dei situazionisti piacciono all’establishment. Il gruppo prova a spiegare ciò come un tentativo di difesa da parte del mondo dell’arte, un tentativo di comprare la rivoluzione. Il loro contrattacco è quello di quadruplicare il prezzo delle opere. Ma, come diceva  Debord, tutte le avanguardie vengono riassorbite dal sistema e perdono il loro potenziale rivoluzionario. Perciò egli auspicava la creazione di situazioni , la costruzione concreta di momentanei ambienti di vita  e la loro trasformazione in momenti di una qualità passionale superiore. Le situazioni vengono viste come l’opposto dello spettacolo che è la forma di vita alienata imposta dal capitalismo avanzato.

1336756411bAd ogni buon conto, anche se l’intento ultimo distruttivo di Pinot Gallizio non riuscì, la sua figura rimane di primaria importanza in quanto strumentale alla presa di coscienza di un necessario superamento dell’informale e di un’apertura verso le successive tendenze del novecento. Arte per lui era vedere la vita come gioco, gesto libero, spontaneo, liberatorio … sino a quando, suo malgrado, non diventa stanca riproposizione. Allora ritorna al quadro, ad un segno più interiore, intimo. Arriva alle monocromie. La riduzione ad un unico colore che copre tutto ha per lui il significato di arrivare ad uno spazio libero, su cui poter ricostruire. Poi ricopre di nero ogni cosa, nero che inghiotte colori e cose per ricominciare ad andare verso l’ignoto ancora una volta.

Una meteora. Muore a soli sessantadue anni.

 

 

 

 

 

 

 

Musaba

nik-spatariLocride, terra di Calabria, territori italiani ricordati il più delle volte per brutte storie legate alla ‘ndrangheta, la mafia calabrese. Per questo, perché vivere laggiù cercando di costruire e diffondere cultura è cosa molto più difficile che altrove, è importante ricordare il lungo lavoro dell’artista “visionario” Nick Spatari e della sua compagna Hiske Maas, che ha portato alla creazione di MU.SA.BA – Museo Santa Barbara -  in località Mammola, provincia di Reggio Calabria.

MUSABAUn’ area che si sviluppa attorno ai resti di un antico complesso monastico del X secolo: un museo all’aperto, un presidio attivo, un parco laboratorio produttivo dove si ha la possibilità di rilevare la presenza di differenti tipologie di presenze che sono state conservate e restaurate e che costituiscono un unicum di rilevante interesse ambientale.

cultura_01Nik Spatari, oggi ottantasettenne, è di origini calabresi. Nelle sue opere dice di tentare l’unione tra sogno e realtà, mito e scienza, saggezza e follia e, grazie all’energia forse derivata dall’unione di tutti questi elementi, negli anni ha restaurato, costruito, creato e dato vita – nonostante tutte le difficoltà e gli impedimenti che si possono ben immaginare – a una fondazione  che colleziona opere di artisti contemporanei, organizza eventi, ospita giovani per periodi di formazione artistica e molto altro.

Si tratta di un museo, di una fondazione, di un parco ma, soprattutto, si tratta di grande impegno civile che promuove turismo culturale innovativo, che oppone resistenza al malaffare creando arte e getta luce su una parte del sud del nostro paese altrimenti  oscura e bistrattata.

Un sito web ricco di immagini e documentazioni storiche  può essere visitato per conoscere e  approfondire.

http://www.musaba.org/home/

Quello che facciamo siamo noi

Impronte-bimbiLa conversazione che riportiamo qui di seguito è accaduta tra i bambini/e di una 5° classe della scuola elementare di Giove, un piccolo paese in provincia di Terni. Registrata e trascritta dal loro maestro, Franco Lorenzoni, si trova pubblicata nel libro, edito da Sellerio, I bambini pensano grande/ Cronaca di un’avventura pedagogica che ha per autore lo stesso maestro.

Leggerla ci ha riportato alla freschezza originaria e all’autentico significato che il dibattito artistico dovrebbe avere, anche per chi è ormai adulta/o. Ringraziamo per questo i bambini e le bambine di Giove, in primo luogo Mattia da cui è partita l’idea:

“Mi piacerebbe fare arte perché a me piace tanto disegnare, perché mi piace farmi un autoritratto. Secondo me l’arte è quando esprimi le emozioni e non ti esprimi solo con i colori, ma anche con il disegno. Il disegno è te che non sei te. Significa che sei te che lo disegni e se lo disegni è qualcosa di te. E’ come se mi tolgono un pezzo di me”.

 scoprire la propria creatività. corsi di pittura creativa per bambini e adultiMARIANNA: Se uno dipinge è come se si levasse un pezzo di lui e lo mette nel dipinto.

FRANCESCA: Nella nostra fantasia ci viene un fiore, noi lo mettiamo ed è un pezzo di noi, perché la fantasia è un pezzo di noi.

SIMONE: Se facciamo un autoritratto è tutto, non solo un pezzo.

MATTIA: Tu gli vuoi bene a quel disegno perché l’hai fatto te, sei orgoglioso, quindi è come se ti tolgono un pezzo di cuore e lo mettono lì.

FRANCO: Ma questo vale solo con l’autoritratto?

MATTIA: Non è solo se tu lo disegni, è se ci credi che, automatico, ti si toglie un pezzettino di te e va denttro il disegno, perché ci sei affezionato.

FRANCO: Chi è che te lo toglie?

MATTIA: Il disegno.

FRANCO: Allora il disegno è una cosa viva.

MATTIA: E’ vivo fin quando lo stai facendo, poi dopo si invecchia sempre di più e alla fine muore.

FRANCO: Ma noi vediamo disegni e dipinti di moltissimi anni fa.

MATTEO: Sì, quelli che abbiamo visto agli Uffizi erano veri.

SIMONE: Mattì, possono passare pure cento anni e un disegno resta vero.

FRANCO: Lui non diceva vero, diceva vivo.

MARIANNA: Se è così, quando il pittore muore, muore anche il disegno.

IRENE: Però il disegno c’è ancora, non è che va via.

VALERIA: Quando ci metti impegno il disegno prende vita, poi muore perché ne devi fare un altro e ci metti ancora più impegno.

LORENZO: Secondo me anche la scrittura è viva, perché quando scrivi dai il pensiero delle parole sulla scrittura e la scrittura è viva.

FRANCESCO: Secondo me Mattia più o meno ci ha ragione, quando fai un autoritratto è come se levi un pezzo del cuore e lo metti nel disegno.

IRENE: Puoi fare anche una casa e c’è un pezzettino di te.

ERIKA: Anche se tu fai una cosa semplice, dipingi un cielo con degli uccelli che passano, tu comunque ci metti tutta la tua immaginazione, ci metti sempre qualcosa di te.

FRANCO: Ci sono pitture di secoli fa che ancora ci emozionano.

VALERIA: Sì, perché è come se da un dipinto nasce una storia.

GRETA: Quando fai una cosa e la fai volentieri ci metti sempre una parte di te, in qualsiasi cosa, anche quando scrivi.

IRENE: Rispetto a quello che diceva Mattia, a noi ci parla un disegno, ma se il pittore è morto a lui non parla più.

FRANCESCA: Per me il dipinto non muore.

LORENZO: Quando dipingi un quadro e ci metti qualcosa di tuo, tu vivi ed anche il quadro, da quel pezzetto è come se gli nascesse l’anima.

FRANCESCA: Ma come fa a morire una cosa?

MATTEO: Un foglio muore quando diventa giallo.

MATTIA: Veramente muore qualche altra cosa. Per fare un foglio muore l’albero, perché è dall’albero che viene il foglio.

4366a46e8003b32892aef704d91476a3FRANCESCA: Secondo me è vivo un quadro, perché quando l’hai fatto sembra che è uscito fuori e ti guarda.

FRANCO: Allora un quadro è vivo quando ti guarda?

VALERIO: Quando tu fai un disegno poi il pittore non muore, va solo dentro il disegno.

FRANCO: Ma questo succede sempre o solo con la grande arte?

VALERIA: Secondo me sempre, perché comunque, quando tu ci metti la fantasia, poi comunque è come se il disegno ti dice che il disegno ha bisogno del pittore e, se lui muore per aiutare il disegno che sta dentro, prendono vita.

IRENE: La foto di Raffaello, il suo autoritratto, sembra che ti guarda e tra un po’ esce dal ritratto e ti parla.

FRANCO: Quella di Raffaello è una pittura in realtà, tu hai detto foto…

LORENZO: Quello che ha detto Valeria, che quando un pittore muore va dentro al quadro, secondo me succede solo quando c’è un autoritratto, in pratica l’anima va dentro il quadro.

ERIKA: I quadri non muoiono quando muore l’autore. Anche quando gli autori muoiono i quadri restano, come un ricordo.

IRENE: Però non è che esce fuori e ti parla. Sembra … però non è vero.

FRANCO: Nell’arte succedono cose strane.

LARA: Per me se muore il pittore non è che muore anche il quadro.

VALERIA: E’ come se quello che facciamo siamo noi.

YLENIA: E’ vero, perché siamo noi che facciamo il quadro.disegno

 

 

 

Amare ancora

henrymiller_84915_8Henry Miller è noto come scrittore, soprattutto per i suoi Tropico del cancro e Tropico del capricorno, pubblicati negli anni trenta del secolo scorso. Dai suoi scritti sull’arte prendiamo spunto per ricordarlo come pittore, attività che, insieme alla scrittura, lo accompagnò tutta la vita.

Da Dipingere è amare ancora – Edizioni Abscondita, 2003

 henrymiller_54693_2A quei tempi – e sospetto che l’usanza continui ancora oggi – ci davano modelli di gesso da copiare, di solito antichi greci senz’occhi e vestali acefale avvolte in fluenti drappeggi. Oppure nature morte di vasi, con o senza fiori. Nulla poteva favorir meno l’ispirazione, pensavo allora. E lo penso anche oggi. (…) Sono certo che questa esperienza, con il senso di fallimento, o di inadeguatezza che l’accompagnava, mi fu di grandissimo aiuto. Talvolta la cosa sbagliata risulta poi esser quella giusta, e un fiasco può essere altrettanto utile, o ancor più utile, di un successo. Raramente ci accorgiamo di quanto il negativo serva a produrre il positivo, il male a far scaturire il bene.

henrymiller_17579_2(…) Quel che conta nel disegno è disegnare, bene o male, in modo giusto o sbagliato, compiutamente o sommariamente. Quel che conta, in altre parole, è lo sforzo che si compie. (…) Quasi tutti i pittori da me conosciuti con un’abilità particolare in un certo campo, mi hanno confessato di esser giunti a considerare la propria abilità come una debolezza, un pericolo, e di aver dovuto disimparare ciò che sapevano o credevano di sapere.

(…) Che cos’è la pittura allora? Ovviamente è mille cose diverse per mille individui diversi. Come un libro, una scultura, una poesia. Un dipinto ti parla, un altro non ti dice nulla. (…) Quel che ci accade quando si guarda un quadro può essere totalmente diverso da ciò che l’autore voleva che accadesse. (…) Dipingere significa amare ancora. Soltanto quando si guarda con gli occhi dell’amore si vede quel che il pittore vede. E il suo è un amore libero da ogni senso di possesso.

(…) Vedere non è semplicemente guardare. Si deve guardare e vedere. Vedere dentro e intorno. (…) Non passa forse, la maggioranza di noi, attraverso la vita quasi fosse cieca, sorda, insensibile? Ora, via via che studiavo la fisionomia dell’oggetto, la sua superficie, il suo linguaggio, entravo nella sua vita, nella sua storia, nel suo scopo, nella sua relazione con altri oggetti, e tutto conttribuiva a rendermelo più caro. (…) Anche a me stesso penso come a un vecchio oggetto, qualcosa di molto usato, molto sballottato, consumato e levigato dall’uso e dall’abuso. Qualcosa di utile, oserei dire.

5196c7ff3b340.image(…) I soli artisti ai quali cedo sempre il passo sono i bambini. Per me i quadri dei bambini stanno alla pari con quelli dei sommi maestri. (…) Il lavoro di un bambino non mancherà mai di affascinare, di esercitare un richiamo, perché è sempre onesto e sincero, sempre imbevuto di quella magica certezza sgorgata dalla spontanea, diretta conoscenza delle cose. (…)

12f4a689cee4665e4f319e2823612a7cSì, dipingere è amare ancora, vivere ancora, vedere ancora. Levarsi al primo fiorire del giorno per lanciare uno sguardo furtivo agli acquerelli fatti il giorno prima, o persino poche ore prima, come lo sguardo furtivo lanciato all’amata immersa nel sonno. (…) Dipingere è amare, e amare significa vivere in pienezza. Ma quale tipo di amore, quale genere di vita si può trovare in un “vacuum” ingombro di tutti gli aggeggi possibili e immaginabili, di qualsiasi gadget per far soldi, di tutti i più recenti comfort, di tutti gli inutili oggetti di lusso? Per vivere e amare, e per esprimere vita e amore nella pittura, occorre avere un’autentica fede. (…) Un buon artista deve avere in sé un briciolo di follia, se per follia s’intende un’eccessiva incapacità di adattamento.

(…) Ciò che nutre un artista è lo sguardo d’amore negli occhi dello spettatore. Non il denaro, né le relazioni utili, né le mostre, né le recensioni lusinghiere. (…)